
Dopo una meritata pausa estiva, torna per Il Rosa e il Nero una delle sue firme più gradite.
Di Augusta Modica,
pubblichiamo :
Rosalia, vergine delle rocce, tra la peste di ieri e quella di oggi.
Guardavo dalle mie finestre, mentre le cameriere mi aiutavano ad indossare pesanti vesti di seta ricamate e calzavano ai miei piedi scarpette da ballo, vedevo la “Grande Rupe”, con le sue cime ondulate, pareva che fosse emersa dal mare sul quale si specchiava. I mobili che affollavano la stanza, i massicci specchi che ingombravano le pareti, rendevano scura e irrespirabile l’aria. Poggiando i gomiti sugli ampi davanzali, con il mento sui palmi delle mani, guardavo il colore delle rocce, le ampie cavità che si aprivano sui fianchi del monte, gli alberi che sembravano arrampicarsi e macchiarne di verde la superfice, mentre i gabbiani volavano, alti, sfiorando con le ali le pietre vive e calde. Il vento mi sfiorava la fronte e sentii che dovevo fuggire se non volevo soffocare sino a morire. Mentre scendevo, correndo, i freddi gradini di marmo, le scarpe mi scivolarono dai piedi, rendendo il mio passo più leggero, sapevo dove stavo andando; verso Monte Pellegrino!
Nelle mie orecchie, le rocce, gli alberi, i gabbiani, sussurravano parole senza suono, indicandomi la via. Non provavo fatica inerpicandomi per i sentieri, respirando l’aria che alleggeriva il mio petto, con l’anima che si scioglieva in un canto di gioia e di ringraziamento. I miei vestiti si laceravano, crepitando, sui rovi e sulle pietre, lasciando il mio corpo sciolto dai legami che lo soffocavano.
Erbe odorose erano il mio cuscino e frutti selvatici il mio cibo, mescolavo le mie preghiere con i canti degli uccelli e il vento salmastro mi sfiorava i piedi nudi, guardavo il sole attraverso i miei folti, lunghi capelli biondi e lo vedevo come in fondo ad un sentiero dorato. Con le rose selvatiche dei cespugli intrecciavo corone profumate per la mia testa, e qualche pastore mi intravedeva, come in un lampo; capelli dorati e rose rosa tra le rocce.
Non mi accorsi di morire, le mie ossa si mescolarono alla terra della caverna e il mio spirito, in tanta armonia,continuava a pregare e cantare alla luce del sole e della luna sino a quando grida di dolore e rantoli d’agonia, pianti senza fine, miasmi putridi, diventarono un unico, smisurato ululato! La “Morte Nera”.
Apparendo in sogno ad un uomo gli dissi che la “Peste”avrebbe abbandonata Palermo e che mie, erano le ossa nella caverna sulla montagna.
“Santuzza”, Piccola”, mi chiamano, mi invocavano. Condivido le loro vite e su un carro colmo di fiori, ogni anno, nei giorni caldi di luglio, la mia statua viene portata in trionfo, per le vie della città. Uomini, donne giovani e vecchi, bambini saltellanti si affollano per le strade per vedere passare “Santa Rosalia”!
( Nella foto di sopra, ripresa ed elaborata da l.f., la versione della Rosalia da terzo millennio, quale è stata condotta in trionfo per la città - a luci opportunamente assai ridotte - in uno dei due trionfali carri minori. Nell'ocasione, per delega del primo cittadino, anche il tradizionale "Viva Palermo e Santa Rosalia !" è stato profferito ai Quattro Canti dall'attore palermitano Pino Caruso, n.d.r )
Ed io cosa vedo? Strade con i cassonetti della spazzatura che lasciano sciabordare i rifiuti sui marciapiedi, lungo la via Vittorio Emanuele, palazzi, un tempo magnifici,rovinati dalle intemperie e dall’incuria dei proprietari che li hanno da lungo tempo abbandonati, con le orbite vuote di finestre e balconi spaccati. Le automobili, che racchiudono la gente, rendono l’aria irrespirabile, procedendo lentamente e strisciando come scarafaggi per il centro storico. Alla Kalsa, a Piazza Marina, ancora macerie annerite, e rovine di costruzioni, risalenti alla seconda guerra mondiale.
Dappertutto, baracche dove venditori sudati e urlanti in canottiera, vendono aranciate,coca-cola, in bottiglie di plastica che vengono buttate, con i bicchieri di carta, per le strade, insieme a resti di cibo che sembrano”vomitati”sull’asfalto!
Dovunque abusi edilizi, strani vuoti e orridi pieni, negozi che si susseguono senza eleganza e senza criterio, con commessi che spingono sotto i marciapiedi con le scope e tanta malavoglia, la spazzatura, senza raccoglierla, sotto i marciapiedi, noncuranti del vento che spingerà di nuovo le “immondizie”sulle strade! Tutti sembrano indifferenti, noncuranti dello scempio e dell’incuria in una città, la nostra città, che nel suo cuore conserva l’immortale splendore di civiltà che ne hanno tracciato il profilo, incidendolo profondamente nel tempo.
La volgarità, la sporcizia, l’inerzia mi fanno soffrire e trafiggono,con una nuova morte il mio spirito,non più libero ma costretto a “guardare”le ignobili contraddizioni di un tempo ingrassato dal marciume di un vuoto materialismo.
I “Bubboni “di questa peste mi vedono impotente perché i gridi di dolore e le sofferenze vengono da me e non posso fare a meno di piangere,piango da lungo tempo disperatamente e nessuno mi consola o mi ascolta.
Poi, la mattina del 7-agosto 2008 il parroco della cattedrale, con le mani dietro la schiena e scuotendo la testa, guarda, preoccupato le efflorescenze biancastre che deturpano le delicate decorazioni tarsiche di un’abside minore della Cattedrale, su Piazzetta Sette Angeli e si rivolge a Lucio Forte che sta scattando varie riprese dell’inquietante fenomeno.
“E’ salnitro, macchie di umido hanno penetrato le pietre, e spandono questo umore biancastro sulla facciata, ho fatto le mie segnalazioni a chi di dovere, a chi spetta…” .”MAH..!”,aggiunge sollevando le spalle e incassandovi il collo. Il fotografo guarda in alto, e continuando a scattare chiede. “Ma non sono in corrispondenza, le efflorescenze, con la parete della cappella dove sono custodite nella bara d’argento le ossa di Rosalia Sinibaldi?”