
La terrazza, con i gerani fioriti nei vasi di terracotta dalle larghe carnose foglie e le pesanti corolle colorate, suggeriva l’idea di una festa elegante e movimentata, mentre i gelsomini si intrecciavano sulle ringhiere, profumando intensamente l’aria. La campagna,intorno,serrava la grande casa in una morsa verde.
Sospirando, le lettere in mano, passò davanti alle porte finestre socchiuse, si vedevano sedie a sdraio e ombrelloni bianchi, si sentivano le voci allegre, con qualche nota metallica, di due donne giovani con cappelli di paglia e assurdi occhiali da sole. La pelle molto abbronzata e leggermente secca suggeriva sedute forzate sotto le lampade e non l’aria e il sole. Grandi borse di plastica colorata erano poggiate sulle sedie,vicino ai portacenere traboccanti di mozziconi di sigarette sporchi di rossetto, una bambina grassoccia con una frangia che metteva in risalto il naso a patata e le guance gonfie; come se stesse continuamente masticando del cibo, giocava con i suoi occhiali da vista, buttandoli sulla terra dei vasi, noncurante dei rimbrotti della madre che si guardava bene dall’alzarsi.
Sfiorò le tende, poggiando un momento la fronte sul velluto morbido e, a malincuore, imboccò il lungo corridoio, bloccato, proprio vicino la porta dello studio, da un enorme vecchio cane nero con il muso bavoso quasi nascosto tra le zampe, dovette strisciare sulla parete per evitarlo e fu salutata da un ringhiare sottotono che mise in mostra le zanne ingiallite. Spinse la porta pensando: “Neanche tu mi sei simpatico!” e sventolandosi con le lettere avanzò verso la scrivania dove non c’era seduto nessuno, si guardò attorno e lo vide vicino la cassaforte. Ordinatamente predisponeva documenti e banconote sui vari ripiani, le spalle curve nella vecchia giacca i capelli bianchi troppo lunghi e leggermente ingialliti, si girò sentendola inciampare sul tappeto logoro e si aggiustò gli occhiali sul naso, spalancando la bocca dalle labbra sottili in una smorfia ammiccante.
Un brivido le percorse la schiena; una sequenza di immagini, una dietro l’altra, come proiettili le sfilarono davanti gli occhi; i loro corpi che si cercavano e si respingevano in una convulsa lotta, dove il piacere era raggiunto in un esasperante parossismo, ogni volta meno magico.
Pensò con sollievo alla bottiglia di whisky, al liquore giallo che riempiva i bicchieri, riuscendo ad infonderle un poco di coraggio, toccandosi il viso ancora giovane sorrise, ricordando la poesia scritta per lei pochi giorni prima: “La mia amica
Aux yeux vert”…………………………………
I versi risuonavano echeggiando sempre più forte,come da diversi punti di una stanza, disponendosi lungo le pareti, incontrandosi al centro e poi ritornando indietro. Lo scatto della cassaforte che si chiudeva la fece trasalire e, mentre posava le lettere sul tavolo, la porta si spalancò dietro la spinta del vecchio cane che si stiracchiò sbadigliando, una puzza leggera ma nauseante arrivò alle sue narici, portò la mano al naso, cercando sul polso l’odore fresco e amarognolo del suo profumo e si avviò lentamente dietro di lui verso la stanza da pranzo.
Le ragazze erano già sedute con i tovaglioli spiegati sulle ginocchia; confabulavano tra loro con le teste accostate, mentre la bambina,con gli occhiali inforcati, si divertiva a infilare le dita sporche in tutti i bicchieri. Non appena la videro, dietro le spalle del padre, sedettero compostamente, tacendo, e cominciarono a sgranocchiare olive e gambi di sedano per evitare di rivolgerle la parola.
Appena seduti, la grossa Michelina entrò, portando la zuppiera, il brodo era sciabordato dall’orlo, perché c’era una macchia umida sul grembiule e le tozze dita della mano destra erano bagnate. L’appetito scomparve rapidamente, mentre il donnone la urtava con il fianco, versandole il brodo nella tazza.Il vestito nero ,un po’ lucido, e il grembiule bianco”sembravano “puliti ma non avevano alcuna freschezza e anche la faccia bolsa, con i peli agli angoli della bocca, le sopracciglia cispose ,i capelli scuri striati di grigio, strettamente raccolti sulla nuca, apparivano solo superficialmente lavati, ma l’untume della sporcizia era profondamente radicato in tutta la persona. Come se avesse potuto leggere i suoi pensieri, la serva la guardò in tralice allontanandosi, mentre il gorgoglio goloso della “petite”, alla terza tazza di brodo, faceva sparire completamente le ultime tracce del suo appetito, si guardò intorno, spezzando un grissino e tracciando dei cerchi con l’indice sulla tovaglia. Di fronte,lui sorbiva il brodo, curvo sulla tazza il tovagliolo stretto sul petto con l’altra mano per non sporcarsi la camicia. I versi della poesia le si inchinarono con grazia davanti continuando:”..vuol bene
Alla sua gioventù.
Ama le calze a rete
E ha sempre
Un garofano all’occhiello”…
Il rumore di una sedia che cadeva rumorosamente per terra e le grida della bambina che mugolava in preda alle coliche ,la fecero balzare in piedi. Profittando della confusione e scansando Michelina che accorreva, corse al piano di sopra.
Basta, basta, basta si ripeteva mettendo poche cose nella valigetta, cambiandosi in fretta e passandosi un pettine tra i capelli. Guardandosi nello specchio, incurvò le labbra perché ascoltava:..”Del fiore
muta spesso il colore”…
Scendendo le scale lentamente, mentre le strida della bambina, mescolate alle altre voci risuonavano dietro la porta della sala da pranzo, tendeva l’orecchio “..Purchè si intoni ai suoi sguardi”…,raggiunse il portone e, facendo scattare il chiavistello, lo chiuse piano alle sue spalle”…che intorbidano l’anima”…,sussurravano i versi al suo orecchio.
Il grosso cane la guardò con indifferenza raspando l’erba e girando il testone da un’altra parte.Camminava rapidamente, quasi in punta di piedi, lasciandolo alle spalle, con la poesia che l’avvolgeva, accompagnandola con l’ultimo verso: “Rivederla fa bene alla vita”