mercoledì 25 febbraio 2009

CACCIA AL TESORO


Sicuramente è uno dei tesori della storia della nostra città. Chi altri sa dov'è?

venerdì 20 febbraio 2009

VERGOGNA


Vergogna, senza il "Piazza della". E' ciò che dovrebbero provare tutti i consiglieri comunali, attuali e passati, per l'abbandono in cui consentono che viva (se questo è vivere) la Piazza del Teatro del Sole, come pomposamente ancora qualcuno vuol chiamarla. Uno solo, dei quattro canti, si salva dal degrado: quello affidato a Santa Romana Chiesa, con l'edificio dedicato a San Giuseppe.
(Giuseppe Scuderi)

lunedì 16 febbraio 2009

SALE CINEMATOGRAFICHE IN CRISI


Tra cinema in tv (parabolica o digitale), dvd pirata, film scaricabili da internet... certo che il declino delle sale cinematografiche sembra inarrestabile. E l'insegna (fotografata a Reggio Calabria) lo dimostra.

(Giuseppe Scuderi)

venerdì 13 febbraio 2009

C'era una volta...


C'è poco da aggiungere. Palermo, Vicolo Castelnuovo (tra corso Vittorio Emanuele e Piazza Casa Professa). Non tutti eravamo "radicali", ma quella sede era una dimostrazione di confronto, di discussione, anche di contrasto di cui ancora si avrebbe bisogno.
(Giuseppe Scuderi)

lunedì 9 febbraio 2009

Giochi e sogni

Da un paio di giorni sono state riaperte due corsie della problematica "rotonda" di Via Leonardo da Vinci. Aleggia sempre, sulla zona, il progetto delle futuristiche passerelle pedonali, dallo spropositato costo e dalla molto, ma molto, dubbia utilità: forse sono solo un divertimento (ben pagato) per un progettista. Speriamo che il denaro pubblico ad esse destinate si usi meglio.
(Giuseppe Scuderi)

giovedì 29 gennaio 2009

Partendo da un biglietto trovato per terra...


Quello che vedete nell’immagine è un biglietto dell’AMAT, di quelli attualmente in uso.Riporta il marchio dell’Azienda Municipalizzata Auto Trasporti, un numero di serie, un codice di tariffa, la validità di 90’, il marchio di Trenitalia (lo stesso tipo di biglietto, sinora, è stato adoperato anche per il treno chiamato “metropolitana”, ma mi pare di ricordare che la convenzione sia stata appena revocata). E poi, visto che l’ho raccolto già usato, la timbratura con i codici della obliteratrice e l’orario.
Ma io (che sono abbonato all’AMAT dal 1973) l’ho raccolto perché mi ha incuriosito il disegno che ne riempie quasi tutto il campo. Lo conoscete anche voi: è il logo della Assemblea Regionale Siciliana: “Il nuovo logo dell'Assemblea Regionale Siciliana disegnato da Pierluigi Cerri in occasione delle celebrazioni [del LX anniversario dell’Assemblea, 2007] Tra i materiali raccolti e presi in esame per l'ideazione del segno grafico, il vaso neolitico di Paternò che, per la raffinata modellazione delle impugnature e le complesse decorazioni a spirale, ha ispirato il lavoro dell'architetto. Il logo è un segno elementare, raccolto da un passato remoto e generatore di identità, che esprime l'appartenenza dell'ARS ad una cultura antichissima.” No comment sul logo, potrebbe ispirare altri riferimenti.
Ma perché è sul biglietto? Non c’è scritto nulla, nemmeno sul retro. Si pensa che chi compra il biglietto se ne ricordi, e dica, “ah, l’ARS”? Ci credo poco. E’ il segno che contraddistingue i biglietti per le linee che portano il turista a visitare Palazzo dei Normanni? Ma quando mai, figuriamoci se l’AMAT ha simili cortesie. E’ una pubblicità occulta dell’ARS (visto che l’allora Presidente dell’Assemblea Miccichè si lamentò del fatto che solo il 12% dei siciliani conosce l’ARS e le sue attività?)? Ma anche se fosse così non dice nulla. O il simbolo distingue i biglietti che l’ARS, per incentivare l’uso del mezzo pubblico, regala ai suoi dipendenti così la smettono di invadere Villa Bonanno con le loro auto? Mi pare difficile. O il disegno è piaciuto, in generale, al grafico dell’AMAT e lo ha messo lì; e se così fosse, perché ruotato di 90° gradi rispetto alla forma canonica con le anse laterali?
E se di mezzo ci fosse del denaro pubblico (tipo, mettete il logo, e noi vi giriamo, magari attraverso la Fondazione Federico II, un po’ di soldini, ecc.)?
Boh. Ci vorrebbe il commissario Montalbano. Intanto partendo da un biglietto trovato per terra ho scritto 2087 caratteri e 29 righe.
Giuseppe Scuderi

lunedì 26 gennaio 2009

Scegliete voi


Già il Centro storico, ed in particolare la parte del mandamento Monte di Pietà è un dedalo di strade malconcio, se poi una ha addirittura due nomi, buona fortuna!

(Giuseppe Scuderi)

mercoledì 21 gennaio 2009

Ricordando il Marocco


di Augusta Modica
Dal Marocco con stupore


A tarda notte all’aeroporto di Tangeri per una attesa vacanza a seguito di un anno di intenso lavoro,dopo avere superato svariati sbarramenti di controllo e perquisizioni e avere risposto a pressanti domande sui motivi della mia visita in Marocco, fattemi in un inglese incerto e cantilenante (comprendo il francese ma non lo parlo abbastanza bene) dopo avere riempito moduli che chiedevano informazioni disparate; dal codice fiscale all’indirizzo del luogo dove avrei soggiornato,al mio stato di salute, alla mia città di provenienza, al mio lavoro etc.,andai ad aspettare il mio consistente bagaglio…che non arrivava! Come di certo è capitato a tanti altri sfortunati viaggiatori, anch’io ho provato l’irritazione e il disagio di non avere neanche lo spazzolino da denti per affrontare la prima notte delle mie agognate vacanze, mentre quel che scoteva di più i miei nervi, già messi a dura prova, fu la notizia, datami da un impiegato assonnato e di malumore: il bagaglio non mi sarebbe stato recapitato ma sarei dovuta andare all’aeroporto a ritirarlo! Devo confessare che mi vennero alle labbra diverse considerazioni poco lusinghiere su un Paese che accoglieva così male i malcapitati visitatori ma, guardandomi attorno e avvertendo un’atmosfera non favorevole ad accogliere critiche o rimostranze, preferii inghiottire il rospo e mi avviai verso la macchina che mi aspettava per portarmi al Club Med, vicino Tetouan, dove avevo prenotato, a due ore circa da Tangeri. Solo in seguito seppi che esisteva un altro aeroporto molto più vicino a Tetouan, ma è soltanto per il re e alte personalità, compresi i capi villaggio.
Era la prima volta che venivo in Africa e mi ero fatta delle idee anche piuttosto superficiali
e imprecise.
Freddo in Africa.
L’automobile correva velocemente per strade ampie e pulite fiancheggiate da costruzioni talvolta non terminate che nel buio mi apparivano bucate da finestre di forma stranamente lineare.Erano circa le tre del mattino e c’erano persone per le vie e in qualche locale illuminato,con i tavolini sui marciapiedi,incuriosita,aprii il finestrino ma una corrente fredda mi costrinse a chiudere. Freddo in Africa, dissi a me stessa infilandomi frettolosamente il cardigan di cotone che avevo poggiato sulle spalle, Poi. riflettendo, pensai che l’escursione termica abbassava la temperatura e continuai a guardare, sentendomi vagamente stupita senza capirne la ragione. All’improvviso scossi la testa aguzzando lo sguardo, perché al cervello mi era arrivata l’immagine, insolita, di persone compostamente sedute che parlavano invece di urlare o ridere sgangheratamente camminavano per le vie, senza barcollare e senza bottiglie in mano. L’autista, un bellissimo ragazzo greco con i capelli ricci, che si chiamava Themelis, osservando la mia espressione stupita mi disse in ottimo italiano (la madre era siciliana):”Non bevono alcool, non possono e non vogliono; lo impedisce la loro religione”e aggiunse, sorridendo che c’era la polizia a ricordarglielo nel caso che avessero derogato a questa regola.Mi appoggiai al sedile riflettendo; certo sapevo che l’Islamismo prescrive l’astensione dall’alcool ma,scioccamente, non mi aspettavo che tutti, abitanti e turisti vi si conformassero, alla lettera. E fu l’inizio per me di un lungo cammino di conoscenza del Marocco che come dice un poeta marocchino,Tahar ben Jelloun “..è un susseguirsi di porte che si spalancano a mano a mano che si avanza”.
Lavoratrici velate

Non c’erano cumuli di rifiuti, lattine, carte o cani randagi, per quanto girassi la testa tutto appariva stranamente ordinato; erano ormai le quattro della mattina e cominciai a notare gruppi di uomini e donne, molte di queste con il velo, decentemente vestite salire su piccoli pullman.”Vanno al lavoro”disse il ragazzo greco”Affittano un veicolo e vanno a lavorare insieme” e aggiunse che dieci anni fa,percorrendo questa stessa strada con il pulmino per prendere o lasciare i turisti del villaggio, pregava con tutte le sue forze che non si forasse nessuna gomma e che il motore non si guastasse perché c’erano torme di mendicanti, di gente che graffiava, implorando, i vetri della macchina, bambini forse malati o addormentati sul selciato,vecchi con gli occhi chiusi e le mani rattrappite sul petto”.Dieci anni”: Pensai che in dieci anni una realtà tragica era mutata così radicalmente e senza stravolgimenti, cioè senza che le costruzioni somigliassero anonimamente alle periferie di Roma, Atene o Palermo la mia bella città “Rosa e Nera”il cui decadimento sembra torbido e irreversibile! Era evidente che i piani regolatori erano rispettati, i colori erano tenui e i cantieri aperti testimoniavano una crescita controllata di abitazioni e locali grandi e piccoli.Ero molto stanca e fortunatamente la macchina imboccò un lunghissimo viale che sembrava snodarsi in mezzo ad un parco; sbadigliando entrai in un bungalow di pietra, interamente coperto di rampicanti, rabbrividendo all’aria frizzante della notte.
Dormii sodo e a lungo senza neanche la goccia di profumo francese che sembrava fosse la camicia da notte di una famosissima attrice americana di tanti anni fa. Mi svegliò, molto tardi, un fruscio che si allontanava e si avvicinava come un sospiro trattenuto; sapevo che era l’oceano e, ansiosa di vederlo, corsi verso le grandi porte finestre spalancandole. Il cielo era di un grigio chiaro, la spiaggia a perdita d’occhio, cosparsa di piccoli gigli bianchi che spuntavano dalla sabbia; chinandomi a raccoglierne uno notai che sulla sabbia c’erano innumerevoli conchiglie di tutte le grandezze e di diversi colori sfumati. La battigia era molto ampia e minuscole onde scivolavano sulla sabbia compatta e lucida come un pavimento. L’acqua dell’oceano era molto fredda ma sembrava massaggiarti vigorosamente la pelle dandoti energia mentre gli occhi mi si spalancavano; una sensazione insolita e mai provata.

-continua.




giovedì 15 gennaio 2009

COMPETENZE


Copio e incollo dal sito del comune di Palermo, alla voce Assessori in carica: "Mario TINERVIA, Assessore Traffico e Polizia Municipale Deleghe: Traffico e Mobilità, Polizia Municipale. Nato a Palermo il 02/01/1965, diplomato in odontotecnica, è dipendente di uno studio odontoiatrico a Palermo. Nel 2004 ha conseguito due Master - a Bruxelles e a Strasburgo - in Relazioni politiche tra la Comunità Europea e gli Enti Locali" Mi sfuggono i nessi reciproci tra gli studi conseguiti, la professione esercitata, i due Master..., e le deleghe assegnate.

Mah!

(Giuseppe Scuderi)

martedì 13 gennaio 2009

LA MALASORTE DEI QUATTRO CANTI

Qualche voce di protesta si è levata, qualche proposta di "uso pubblico" è stata avanzata, ma intanto il "mercato" va per la sua strada. E così, dopo il Palazzo di Rudinì (quello della Libreria Dante) posto in vendita, dopo il Palazzo Bordonaro squallidamente scorticato e abbandonato, il Palazzo Costantino con la ristrutturazione a destinazione alberghiera sul viale del tramonto, la metafora del disastro amministrativo cittadino si arricchisce di un altro tassello.
Complimenti a tutti quelli che, nell'ormai oltre mezzo secolo di storia repubblicana, avrebbero dovuto avere il "dovere" di mantenere la memoria, anche attraverso gli edifici, della nostra storia.
(Giuseppe Scuderi)

Grazie Giuseppe .
Per ora, in questo inverno del nostro scontento, affido essenzialmente a te il blog; perchè esso continui a vivere e a denunciare tutto quello che di nero ingiustamente ammanta la nostra cara Città.
Lucio.

lunedì 12 gennaio 2009

TRENT'ANNI FA

Esattamente trent'anni fa. Ci manca
(Giuseppe Scuderi)

mercoledì 7 gennaio 2009

ISOLATA


La torre di Isola delle Femmine, per quel poco che ancora ne rimane (foto di Gianfranco Zanna, Legambiente). Auguriamole buon anno, sperando che non vada giù del tutto

Giuseppe Scuderi

giovedì 1 gennaio 2009

2009. Buon Anno Città rosa e nera.!!!

E' l'alba. La mia prima foto 2009 non poteva che essere dedicata a questa bellissima e cara Città che spesso fa di tutto per non farsi amare (l.f.)

mercoledì 31 dicembre 2008

Se tutte le armi sparassero così

E' con questa ipotesi disperatamente augurale che per il terzo anno continuo a salutare l'anno che verrà. Purtroppo l'uomo nel nostro tempo, signore di ogni guerra, prosegue a mantenere i tratti di quello che Salvatore Quasimodo descrisse tanto efficacemente:" Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte,- t’ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo".

Oggi, pietà per la Ghaza Strip.

l.f.

martedì 30 dicembre 2008

L'ORIGINE DELLA VITA

Sembra proprio "l'origine della Vita": è una delle sorgenti del Fiume Oreto. Speriamo che possa ridare vita ad una delle "peggiori" città d'Italia. Speriamo. Non costa nulla. Anche se non ci crediamo. Speriamo.
Buon anno a tutti i lettori e i redattori
Giuseppe Scuderi

Un pianoforte per il Colonnello. di Lucio Forte. Ultima parte.

“ I vecchi non muoiono, si addormentano e dormono troppo a lungo”. Jacques Brel.

L’ultima festa grande però fu quella che seguì al settembre 1958. Le “manovre” presso gli altri comandi svolte dal papà di Emilio avevano sortito un effetto impensabile. Don Pinì telefonò perché tutta la comitiva sapesse la notizia più bella: era stato promosso “Generale”.
Indimenticabile quel tiepido pomeriggio di fine estate. Tutti a coccolarcelo Lui Generale con le spalline d’oro, raggiante sotto la foto dell’eroe di El Alamein.

the scent of a woman

Un pomeriggio, mentre ci avvicinavamo al suo portone di casa per fargli visita, vedemmo uscire dal portone una ragazza vistosa che s’accompagnò ad un uomo che l’aspettava in strada. Nell’appartamento era rimasto un profumo pesante. Era quello il suo “scent of a woman”?

Quando gli esternammo le nostre preoccupazioni in merito, lui ci disse di stare tranquilli, bastava pagare e tutto andava a posto. Aggiunse che anche se qualche volta le ragazze le chiamava quando non aveva ancora riscosso la pensione quelle ben volentieri gli facevano credito.
Né finì di allarmarci.. “Se qualcuno dovesse tirar fuori il coltello ho anch’io la mia arma”. Da sotto il risvolto della vestaglia tirò fuori le “Due Palme”. “Ecco come mi difenderei: con l’arma migliore, la gentilezza. Nessuno rifiuterebbe una mia sigaretta. Smonterei così chiunque venisse qui a minacciarmi”.
Un pomeriggio di novembre 1958 premetti il pulsante del campanello ma la serratura non scattò. La signora dell’ammezzato uscì col cagnolino. I soliti tre ne approfittammo per entrare.
Sopra, la porta era accostata. Dentro, nessun suono tranne un rumore ripetitivo e meccanico. Il generale era accanto al giradischi sulla poltrona rivolta verso il cinemascope spento. A guardarlo di spalle, col capo reclinato a sinistra, pareva dormisse. Il rumore meccanico era del pick-up che, scavava solchi sempre più profondi nel vinile. Mozart, Sonata in do maggiore, Kochel 545.
Nella stanza un profumo greve e noto. Telefonammo al papà di Emilio. Quando osammo girare intorno alla poltrona, gli occhi di topazio bruciato non vedevano più, non si sollevarono verso di noi nel sorriso di Horowitz. La destra stringeva convulsamente un pacchetto di “Due Palme”. Il referto del medico legale parlò di arresto cardiaco. Nient’altro. Niente di più.
La questione la chiarì poi, in lacrime, Maria La Russa.
Lei e il suo compagno Gianni “u Pullu” i carabinieri li avevano individuati come gli ultimi ad aver visto vivo il Generale. Lo sfruttatore non aveva voluto sentir parlare di credito e aveva tirato fuori la pistola. “Ma niente gli aveva voluto fare…. Solo spaventarlo per farlo pagare subito. Poi u vicchiareddu si ntisi mali….”.
Più che l’assurda minaccia allora ci piacque pensare che fosse stato il rigetto di un gesto gentile, il rifiuto d’una sigaretta della pace, ad aver spezzato un cuore di galantuomo.
Nel salotto delle feste, sotto lo sguardo indifferente dei soldati con l’elmo e il “novantuno” a pied-arm – prima che la sua spoglia passasse sotto la croce di Santa Maria del Gesù ( foto in alto)– quella stessa notte gli mettemmo sotto il cuscino il 78 rpm tanto malridotto.

le note dell'Eroica

Il giorno appresso la banda dell’esercito non suonò ovviamente Mozart. Solo le note dell’Eroica avrebbero potuto levarsi – come avvenne – una volta che sul carro trainato da sei cavalli neri, e con la scorta d’onore in alta uniforme, il Generale avesse iniziato l’ultimo viaggio che avrebbe avuto fine nel camposanto dedicato alla Vergine Madre.
Lassù, sulle pendici del gran monte azzurro che da sud-est difende Palermo dallo scirocco, il Soldato del Gebel, di Nervesa e dei Laghi Ascianghi avrebbe dormito per l’eternità. Lassù, dove in ogni stagione i limoni, le “ trombe d’oro della solarità” squillano di tra il verde cupo del fogliame e il profumo delle zagare bianche.

lunedì 29 dicembre 2008

Un pianoforte per il colonello (3)

di lucio forte

“Do you smile to tempt a lover, Monna Lisa, or is this your way to hide a broken heart… ?”. Così chiedeva del mistico sorriso d’una antica madonna la voce di Nat “King” Cole intrisa di amata negritudine. Quei versi e la musica erano arcanamente suasivi per quanti di noi si tenevano per mano sotto lo sguardo tempestosamente fiero del giovane Duca D’Aosta incorniciato insieme con dedica sbiadita. Magica primavera quella del 1957.
Ci aveva permesso ancora di a ballare da lui e le cose le faceva in grande. Da non precisata “sala da tè” un cameriere con giacca bianca e spalline azzurre aveva portato vassoi di paste e bottiglie di liquore. Su un mobile dagli sportelli a vetri, diverse scatole delle sigarette predilette: “Due Palme” senza filtro.
Avevamo promesso di fare le cose “a modino e di non trasformare la casa in un bordello”. Così fu. Però ballavano stretti mentre il colonnello in poltrona, col papillon e la giacca blu da Circolo Ufficiali, amabilmente conversava.

Tre minuti d'estasi.

Il grammofono andava e le puntine inservibili riempivano il portacenere di cristallo. C’era sempre qualcuno che si curava di cambiare i dischi. Ognuno tre minuti per avvicinarsi all’estasi in un sudaticcio accostamento di guance roventi. Ogni tanto qualche brano veloce, necessario alle invidiate esibizioni dei danzatori più teneramente esibizionisti. Per il resto, mille volte, Unchained Melody; My Dream; Stardust; When I fall in Love (it will be forever) e l'immancabile Just walking in the rain.
Quando non ballavamo ci sedevamo preferibilmente per terra. Faceva tanto Dean o Brando. Fasciati dei jeans incartonati comprati al vecchio Suk al Hattarin, a via Lattarini. Ascoltavamo le nostre canzoni. Qualcuno di quelli bravi metteva insieme, i testi in inglese. Li imparavano a memoria. Per sussurrarle ballando alle nostre compagne di ballo. Estremo tentativo d’ammaliamento per i meno fortunati.
Le “Due Palme” finivano in cenere con la rapidità d’un incendio e il colonnello una volta ci avvisò che se avessimo continuato a fumare tanto, lui le sigarette non ce le avrebbe più offerte. Fu così che cominciarono a circolare Mentolo, Giubeck con filtro. Muratti ( v. nella foto, la scatola in metallo ormai reperibile solo nel modernariato) e le favolose Laurens, “bionde” di contrabbando sottratte ai padri. Quelli con potestà sulle ragazze– ma perché? – erano “i vaschi”.

Profumo di donna

Di bevande alcoliche non abusammo. Solo una volta dovemmo accompagnare in carrozza – lo “gnuri” volle pagamento anticipato – fin davanti ad uno esterrefatto padre generale del Genio il nostro King che declamava le “osterie” più laide. Col passare dei mesi entrammo ancora più in confidenza con Don Pinì. Una volta qualcuno giunse a chiedergli, pur sommessamente, come se la passasse a donne. Una sua risposta determinò in noi una spiacevole sensazione. Suppergiù disse che quando ne aveva bisogno telefonava alla tea room, la casa da tè, che inviava “suo personale”. Aggiunse, poi, che gli bastava potere respirare ancora l’odore di una donna – le altre parole le ricordo bene – “l’inconfondibile e insostituibile aroma che mi emoziona fino al deliquio”. Dannunziano ma efficace. Però non ci piacque l’idea che in quella casa potessero entrare liberamente donne estranee e pericolose per quel vecchietto dalle incredibili voglie.
( continua)

domenica 28 dicembre 2008

Un pianoforte per il Colonnello (2)

di lucio forte

Nato nel 1879, il colonnello era giunto alla soglia dei nostri anni “sessanta” attraversando una guerra dopo l’altra.
Ripeteva il suo dispiacere di non essersi guadagnato, tra le altre decorazioni, anche la croce di Cavaliere di Vittorio Veneto. Quella dei ragazzi del novantanove, volontari e non, che si erano lanciati contro i reticolati e le granate di Francesco Giuseppe ed erano sopravvissuti pure col corpo trafitto da mille minute schegge di “shrapnel”.
Aveva la soddisfazione, però, d’avere partecipato nientemeno che alla repressione della rivolta dei “Boxer”, in Cina. Nel 1900 aveva ventuno anni. Così avevano avuto inizio i suoi trionfali ingressi da vincitore.
E il “cursus” proseguì. A Losanna, nel 1912, quando la Libia fu riconosciuta italiana. Nel 1918, nelle “terre redente”, dopo lo sfondamento di Vittorio Veneto. Nel 1936, quando cavalcò a qualche metro dal bianco destriero di Badoglio.
Aveva abbondantemente superato i cinquanta, allora, ed era già colonnello. Ma in Spagna fece in modo di non andare. Avrebbe avuto frequentazioni che non gli sarebbero piaciute. Forse fu proprio lì che s’arenò il suo grado di colonnello. Infatti, quando nel cielo dell’Impero batté “l’ora fatale”, non lo mandarono né a spezzare reni in Grecia né ad annegare nella neve e nella fame con l’ARMIR.
le carezze delle donne belle

Moglie e famiglia non ne ebbe; anche se non smise mai di cercare e trovare, per mercede e non, “le carezze delle donne belle”. Diceva che s’era sposato con la Patria. Moglie ingrata che lo aveva ricompensato a calci in culo (sic.). Non gli conoscemmo alcun parente. A quel tempo aveva cura di lui una governante che da tempo aveva superato anche l’età delle voglie anomale.
Ci invitava spesso ad ascoltare i dischi. Aveva registrazioni già allora introvabili. E poggiava con cura religiosa i dischi sul piatto di quello che continuava a chiamare il fonografo: un moderno giradischi, alloggiato in cima alle listerelle di specchio che foderavano il mobile-bar.
Una volta dissertò che se gli avessero promesso che dall’Altra Parte avrebbe potuto ascoltare Albeniz, al modo di Rubinstein, o Mozart come lo interpretava Clara Haskil, avrebbe accettato con molta più serenità la “necessità dell’ultimo scontro”. La sonata K 545 di Mozart, sarebbe stata la felicità estrema.
Ma a noi ragazzi della comitiva, è ovvio, il Colonnello andava a genio anche per altri motivi: l’arena d’estate (nella foto l'antica arena Trianon) e i sabati del ballo nelle altre stagioni.
Durò quasi due anni l’inconsueto sodalizio. E molti dei film che una desolante tv continua a passarci li vedemmo proprio da uno dei due balconi di quel magico appartamento pieno di trofei, gagliardetti e fotografie con dedica.
gioventù bruciata

Né il colonnello cessò mai di sottolineare il significato e il valore etico – quando li scopriva – dei film cui assistevamo.
Memorabile “Rebel without a cause”, di Nicolas Ray, più noto come “Gioventù bruciata”. Quelle struggenti drammatiche ore di spettacolo durarono un attimo e una vita per i ragazzi che eravamo. Indimenticabile l’Amico che scrutava col binocolo i seni acerbi di Nathalie Wood. Come i suoi commenti sulla madre isterica e sul padre vinto tra i quali si muoveva, la tragica figura di James Dean. Non smise di invitarci a vivere con un carattere forte. “Sarebbe bastato che quel padre ignavo avesse avuto la forza di togliersi il suo miserabile grembiule.” Non ci sarebbe stata la corsa verso la morte di quei ragazzi su quattro ruote rubate e da abbandonare prima dell’ultimo precipizio.
(continua)

sabato 27 dicembre 2008

Un pianoforte per il Colonnello


di Lucio Forte.




Sontuose,le note zampillavano sul velluto d’una tarda sera d’estate. Nel profumo estenuante delle “pomelie” la musica rendeva omaggio alla terra di Spagna attraverso l’arte d’un immenso interprete d’emozioni affidate al pentagramma. Né i rari passanti dovevano sapere alcunché di Isaac Albeniz e della sua “Navarra” incisa nei solchi di un 78 giri archeologico: 1928, Arthur Rubinstein al pianoforte. Ovvero come perdersi nell’evocazione di sogni e atmosfere irrecuperabili.
E, fino a qualche mese prima di quel mitico 1957, nulla ne sapevamo anche noi ragazzi che non casualmente quella sera eravamo sotto le robinie di via Galilei. Ma a quel momento era diverso.
Un amico speciale
Avevamo un nuovo amico speciale, anziano e finissimo musicologo. Ci aveva fatto ascoltare con rispetto impensabile sconfinate armonie. La musica di quella sera diceva anche che lui era là, in casa, al buio, davanti al balcone del secondo piano spalancato dritto sul cinemascope di una delle ultime arene di città.
Emilio ed io, sedici anni, figli di ufficiali dell’esercito di stanza nel capoluogo, aspettavamo “King”, altro inseparabile dai capelli rossi che possedeva appunto una invidiatissima raccolta di tutti i dischi di Nat King Cole. Quando fummo in tre, salimmo fino alla porta che ci fu aperta dal Colonnello in persona.
La nobile figura
La nobile figura di ottuagenario rispondeva al nome di Giuseppe Antonio Mendolia dell’antica famiglia Almeyda. Per i vecchi e dileguati amici solo Pinì. A descriverlo fisicamente basterebbe guardare una foto di Horowitz sul palcoscenico del suo ultimo concerto al Conservatorio di Mosca. Alto, quasi fragile, il volto magro sotto gli ancora abbondanti capelli grigi. Le spalle un po’ curve. Il papillon nelle occasioni speciali e un sorriso inaspettatamente mite per un militare dal passato leggendario. Lo avevamo conosciuto tramite il padre di Emilio al quale il Colonnello s’era rivolto per problemi di “gerarchia” non precisati. Ci aveva presto conquistati . E il numero di giovani ammiratori era andato crescendo. Ragazzi e ragazze, tutti avvisati di non chiedere all’amabile signore perché mai non fosse diventato generale. Così non vedemmo, almeno per nostra sollecitazione, quei mobili occhietti, neri come il topazio bruciato, sprizzare scintille d’odio a certe considerazioni in merito.

(continua)

venerdì 26 dicembre 2008

le morti bianche che fanno nerissimo il nostro mercato del lavoro.

Alle morti bianche... a tutti quelli che lavorando per vivere sono invece morti di lavoroIn questi giorni di festa, un piccolo gesto, un semplice pensiero per ricordarci di loro

... perchè il sacrificio delle loro vite non sia stato vano... a che altre vite non abbiano a spezzarsi ancora... affinchè il loro ricordo non appassisca come questa rosa... perchè non si può morire di lavoro



Angelo Trapani