Troppo poco.
E’ questo l’unico titolo, coscienti del suo essere ossimoro, che possiamo usare per ricordare qui dieci anni di amicizia con Lucio.
Troppo poco il tempo per conoscerci, troppo poche le cose fatte insieme rispetto a tutte quelle che avremmo voluto fare.
Tanto, invece, quanto ci legava. All’esterno e all’interno del nostro essere. All’esterno la passione per la “descrizione”: la descrizione di un luogo, di una emozione, ma anche la descrizione di uno stato d’animo, di un’idea.
Lucio aveva più strumenti di noi per “descrivere”: aveva la parola, scritta o detta, la fotografia, la musica.
La parola: quante volte i suoi scritti, sul nostro per, su Repubblica, e da ultimo nei siti internet che lo vedevano collaboratore e promotore, si son fatti leggere tutti d’un fiato, tanta era la sua capacità di tener desta l’attenzione del lettore, di aggiungere ricordi, citazioni, che più che impreziosire narrativamente i suoi racconti (la gioventù negli anni della ricostruzione postbellica, la frequentazione di tanti quartieri della città nel cambiare residenza) li rendono vivi, cronachistici, affrancandoli dal gusto della languida memoria, dal camminare con lo sguardo al passato, che, purtroppo, segna spesso il nostro dire (e fare). Per lui invece tutto era vivo, quotidiano, e destinato al futuro: le analisi dei luoghi (quanto abbiamo detto e scritto insieme su Piazza Indipendenza, sui cortili del Centro storico…), le storie umane (dei mendicanti come degli artisti, degli emarginati come dei protagonisti).
La fotografia, la passione che ci ha accomunato: non per stare a cincischiare di mezzo diaframma in più o in meno, di quanti megapixel avesse l’ultima macchina comprata. Ma per tutte quelle parole, (ancora la “parola”) che le sue fotografie pronunciavano, fossero immagini di strade, di luoghi, di cose, o di uomini, a cui i suoi scatti, appunto, davano la voce. Quel concetto di “scrivere con la luce” con cui può tradursi la parola fotografia.
La musica, i poeti cantautori, il jazz. Dai primi traeva frasi, espressioni, che quasi sembravano scritte proprio per descrivere le sue fotografie, dal secondo l’intensità, la coesione espressiva.
E un solo fortissimo filo, quasi una catena, ha legato, nella storia di Lucio, parola, fotografia, musica: l’idea. L’idea, lasciatecelo dire, sociale e socialista. Tutti i suoi scritti sono percorsi da una richiesta di “giustizia sociale”, sia che scrivesse della malasorte di un cimitero abbandonato che del disagio umano di un quartiere degradato, della memoria di una storia cittadina o della necessità di ordinare un vecchio archivio scomparso nelle pieghe della burocrazia.
Idea che si esprime, ancora oggi che tocca a noi adoperarle, nelle password che aveva scelto per i suoi collegamenti internet. E che, gelosamente, custodiremo.
Andrea Ardizzone e Giuseppe Scuderi