mercoledì 18 giugno 2008

E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar.


Non so perchè, anche se mi pare di intuirne la lontana ragione, ma i due ultimi articoli di Eugenio Scalfari e di Giuseppe d'Avanzo sul mio amato "Repubblica" hanno preso a farmi ronzare in mente le melodie agghiaccianti di un immortale come Gaber . Roba buona che fa pensare anche se risale al 1972 ( i profeti, ah i profeti) e che voglio qui trascrivere:

" href="http://www.parolesmania.com/paroles_giorgio_gaber_4285.html">Giorgio Gaber: La Presa Del Potere

[parlato]: Un mastino. Un mastino nero, lucido, metallico. Un cane mastino con un occhio solo, vitreo, in mezzo alla fronte. Una mano che schiaccia un bottone. Dall'occhio del mastino parte un fascio di luce intensa, verdastra, elettrica... Psss... psss... psss...

Avvolti in lucidi mantelli guanti di pelle, sciarpa nera hanno le facce mascherate le scarpe a punta lucidate sono nascosti nella sera. Non fanno niente, stanno fermi sono alle porte di Milano con dei grossissimi mastini che stan seduti ai loro piedi e loro tengono per mano. Han circondato la città la stan guardando da lontano sono imponenti e silenziosi. Chi sono? Chi sono? I laureati e gli studiosi.

E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar e l'Italia rideva e cantava. Psss... psss...

Ora si muovono sicuri coi loro volti mascherati gli sguardi fissi, minacciosi vengono avanti silenziosi i passi lenti, cadenzati. Portano strane borse nere piene di oggetti misteriosi e senza l'ombra di paura stanno occupando i punti chiave tengono in pugno la Questura. Dagli occhi chiari dei mastini parte una luce molto intensa che lascia tutti ipnotizzati. Chi sono? Chi sono? L'intellighenzia e gli scienziati.

E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar e l'Italia rideva e cantava. Psss... psss...

Ora lavorano più in fretta hanno moltissimi alleati hanno occupato anche la RAI le grandi industrie, gli operai anche le scuole e i sindacati. Ora si tolgono i mantelli son già sicuri di aver vinto anche le maschere van giù ormai non ne han bisogno più son già seduti in Parlamento. Ora si possono vedere sono una razza superiore sono bellissimi e hitleriani. Chi sono? Chi sono? Sono i tecnocrati italiani.

[parlato]: Eins zwei, eins zwei, alles kaputt! E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar...

martedì 17 giugno 2008

Cestini antibomba



C'è chi li usa per portacenere e quindi come contenitori per cicche ancora accese, c'è anche chi si diverte, semplicemente ( si fa per dire), a dargli fuoco. I risultati , quando non interessano le auto parcheggiate accanto, sono quelli visibili nella foto di elle&effe. Qualcuno mi ha spiegato che gli utili cestini per immondizia minuta - anche se qui quella minuta è roba di scarto rara e consistente per lo più in giornali e carte impossibili a fare entrare nelle sovraccariche campane della raccolta differenziata - sono realizzati in plastica e non in metallo per evitare i disastrosi eventuali effetti scheggia del cestino eploso insieme ad una eventuale bomba.Un accorgimento importante.

Ma se è così, resta almeno una domanda: perchè non realizzare quei cestini oltre che in materiale antischeggia anche in materiale ignifugo ? Roba che dovrebbero avere inventato da un pezzo. O no? (l.f.)

lunedì 16 giugno 2008

All sizes. Di tutte le misure.


Qualche giorno, da qualche parte all'Albergheria. Ce ne sono di tutte le misure. Basta avere la pazienza necessaria a trovare uguali la dx e la sx. ( ph. elle&effe) . E meno male che la tassa municipale per la rimozione dei rifiuti si è triplicata... ! Quanto alle poltrone sono già accoppiate. (l.f.)

domenica 15 giugno 2008

SALA LETTURA


Il muro che vedete è quello diviso tra due delle massime istituzioni culturali della città, il Liceo Vittorio Emanuele e la Biblioteca centrale della Regione. Vista la penuria sia di aule che di posti lettura forse vale la pena sfruttare l'occasione che vedete in foto...
Foto e commento di Giuseppe Scuderi

la gattina bianca, di Augusta Modica.

Pedro. mio "nipote", è sicuramente figlio di una gattina bianca. Non è un gatto da favola anche se favoloso e ama giocare con i nipotini anch'essi bianchi che gli assomigliano tanto. Ma il suo passatempo preferito è spiare gechi e farfalline che s'aggirano intorno ai fanaletti nelle notti d'estate. (l.f:)


RACCONTIAMO?

“la nonna è molto vecchia,ha tante rughe,
e i capelli tutti bianchi…….
E poi sa le storie più belle e ha un vestito di
seta pesante,frusciante….”
Da “La Nonna”di H.C.Andersen



“I bambini non leggono, non conoscono le fiabe!... “ E’ vero, ma gli adulti le ricordano, le raccontano ai loro bambini? E le nonne, vecchine con gli occhiali scivolati sulla punta del naso, vestite di nero, comodamente sedute su grandi poltrone, con morbidi cuscini dietro la schiena, circondate da numerosi nipotini che le guardano, mentre raccontano, con il fiato sospeso e gli occhi grandi, dove sono? Appartengono ad un passato che ci appare lontanissimo, nel quale non ci possiamo ritrovare, ci sentiremmo, forse, a disagio se una macchina del tempo ci riportasse indietro.
La nonna non ha più i capelli bianchi, frequenta la palestra e porta i jeans, i nipotini non sono più tanti, forse uno o due, ma la nonna, oggi,nuota con loro e gioca anche a nascondino…però le fiabe non le racconta, perché? La giornata sembra così breve e poi bisognerebbe spegnere il televisore! Ma se ci si potesse fermare, rendere le stanze un poco silenziose, la nonna potrebbe prendersi un piccino sulle ginocchia, l’altro,a gambe incrociate sul tappeto, e cominciare a raccontare di una gattina tutta bianca che abitava in un castello di cristallo, splendente di luci , che era una principessa sotto un incantesimo, e poiché la nonna è ancora carina è bello vederla ridere per i bambini che battono le mani, perché la storia li ha catturati. “Sembra che tu sia dentro la fiaba!” esclamano entusiasti. Ecco scivolare tra di loro un calore e una confidenza nuovi,che non c’erano con la dolce vecchina con la testa poggiata sull’alto schienale della poltrona dai cuscini di seta. Con le teste vicine e, quasi cospirando insieme, la nonna e i nipotini potrebbero scoprire, parlando tra di loro, che è più bello lasciare la gattina tutta bianca, con le morbide zampine poggiate sulle pareti di cristallo del suo palazzo, sotto l’incantesimo, piuttosto che liberarla trasformandola in una principessa qualunque, con una pelle di gatto sulle spalle! Liberata dai lacci della trama, la fiaba si racconterebbe da sola, tracciando una scia luminosa nel salotto di casa.

Al Massimo pare che non tutto vada al massimo.

Il dubbio di cui al titolo nasce dai manifestini offerti ai passanti con la sigla di un sindacato connesso al massimo teatro palermitano e dai cartelli esposti ( foto di elle&effe) per qualche ora a partire dalle venti di ieri sera. Pubblichiamo la foto e la notizia semplicemente per dovere di cronaca:Va anche detto che quanti sono ripassati per caso davanti al teatro intorno alle 22.00 non hanno ritrovato i non certo encomiastici cartelli
esposti prima. Regolarmente andato in scena anche lo spettacolo previsto .

sabato 14 giugno 2008

Dalla parte dei cattivi. di Augusta Modica.

(Nella foto una delle attrattive del Castello palermitano della Zisa. L'affresco intestato ad alcuni dei "cattivi" che secondo molte autorevoli fonti non sono mai puniti abbastanza.)

DALLA PARTE DEI CATTIVI

Giochiamo con le fiabe
Rivoltiamole e proviamo
a metterci nei panni
dei “cattivi”




Emozioni profonde, sensazioni violente, passaggio repentino dalla infelicità alla felicità e viceversa, sono gli elementi costanti dei “Racconti delle Fate”, come si chiamano le fiabe in inglese.
I personaggi non sono mai intermedi, non concedono nulla al chiaroscuro; sono interamente buoni o interamente cattivi, ma se focalizziamo l’immagine, attraverso la lente di ingrandimento del nostro essere adulti, ci accorgiamo che i buoni proprio buoni non sono….anzi!
L’innocente crudeltà della mente infantile prende corpo, libera e senza rimorsi di carattere morale, indulgendo in stragi sanguinarie o in raffinate torture, l’unica giustificazione: i personaggi eliminati o da eliminare sono…”cattivi”!
Nel bambino non c’è l’idea della morte, ma il desiderio prorompente di annullare, momentaneamente, un ostacolo o un disagio usando una violenza certamente aggressiva e liberatoria che non si misura con la realtà. Nelle fiabe l’aggressività è libera di manifestarsi, giustificandosi, in una dimensione irreale, nei confronti dei “cattivi”, che hanno soltanto l’intenzione di commettere il male, raramente ci riescono, nella maggior parte dei casi, vengono ferocemente eliminati o gravemente puniti dai “buoni”che fanno scattare meccanismi di difesa spietati e drastici, come nella crudele burla che Pollicino mette a segno nei confronti dell’Orco; scambiando le coroncine d’oro delle piccole orchesse, che dormono, con i berretti dei suoi fratelli, anche loro dormienti vicino a loro. L’ingenuo sempliciotto, tratto in inganno dalla sostituzione, nel buio taglia le gole delle sue figlie. Non contento di avere pilotato un così efferato delitto, come tutti sanno, Pollicino deruba l’Orco dei suoi stivali magici e di tutte le sue ricchezze, lo sconsiderato ha pagato un prezzo altissimo per il desiderio, irrealizzato, di mangiare i poveri bambini che escono fuori dallo scontro senza un graffio, con paio di utilissimi stivali e molto denaro!
E la deliziosa fiaba di Biancaneve? La bellissima e malvagia(si fa per dire)regina, davanti allo specchio che, senza mezzi termini le dice che la sua bellezza di donna matura è stata superata da quella della principessina, una ragazza dalla pelle troppo bianca, si dispera, perdendo la testa, e cerca, senza troppo successo, di eliminare Biancaneve; il cacciatore, che ha ricevuto l’ordine di ucciderla,disobbedisce, Biancaneve trascorre una salutare vacanza nella casetta dei nani, e, anche l’episodio della mela si risolve in un piacevolissimo incontro con un meraviglioso e subito innamorato principe, che si capisce, baderà a lei per tutta la vita. E la regina? Sola,disperata, senza la comprensione di nessuno, definitivamente non più “la più bella del reame”, per fortuna muore, ed è quasi una carità, perché veramente non si capisce come potrebbe sopravvivere a tanto disastro!
E per finire, cosa ne pensiamo di quelle due piccole pesti di Hansel e Gretel? Mangiano a quattro palmenti la casetta di cioccolata e panna di una vecchietta(una strega?) mezza cieca che li ospita facendo gustare ad Hansel gustosi pranzetti, Gretel è tenuta un po’ a stecchetto ma intanto impara a fare le faccende di casa, e poi? La povera vecchietta finisce nel forno, nel vano tentativo di mangiare il bambino, rimpinzato a questo scopo, e Hansel e Gretel, sul dorso di un cigno, tornano felici e contenti a casa, carichi delle ricchezze della anziana signora!
Cattive intenzioni seguite da infelicità o morte da una parte, feroci reazioni, felicità e vita dall’altra. Chi sono i “cattivi”?

Quanti anni dureranno due anni palermitani?

Stavolta il Rosa e il Nero s'interessa dell'ineliminabile tappo che intasa, da piazza Camporeale, la via Perpignano fin dove questa sbocca sulla Circonvallazione.
La famigerata strozzatura doveva essere eliminata in due anni a partire da circa un anno fa, come prometteva vistosamente il cartello sopra riprodotto ( foto elle&effe). Ora si è appreso che il sottostante spazio che doveva accogliere i mezzi dell'impresa realizzatrice dell'atteso miracolo rimarrà vuoto, come resta, fino a quando non si sa. Il contratto di appalto è stato risolto, certamente per buone ragioni. Ora però resta da vedere in quanti altri anni lo sdoganamento del famigerato tappo avverrà. I più pessimisti dei palermitani pessimisti sono soliti dire che qui niente è più definitivo del provvisorio. Speriamo tanto che stavolta tali pessimisti abbiano torto. (l.f.)

venerdì 13 giugno 2008

I bagagli palermitani

Dopo i vertiginosi aumenti delle cartelle comunali per la rimozione rifiuti solidi urbani, due giorni fa la situazione era questa. Foto scattata in via generale Bergonzoli , angolo corso Calatafimi.
Par condicio nel regno delle due sicilie? (l.f.)

giovedì 12 giugno 2008

Salviamo l’Area Quaroni. Impediamo la cementificazione, chiediamo al Comune l’acquisizione dell’area e la realizzione di un giardino


Area Quaroni: una finestra sul centro storico. Giuseppe Scuderi.

La volontà della Curia di Palermo di porre in vendita l’area già della Chiesa di Santa Croce, più nota come “area Quaroni”, dovrebbe indurre ad un immediato confronto l’opinione pubblica cittadina con ogni soggetto che possa, in questa vicenda essere coinvolto: la Curia, proprietaria dell’area, il Comune, primo attore e garante “per legge” di ogni provvedimento che riguardi l’edilizia cittadina, gli enti di tutela, Soprintendenza ai beni culturtali in primis. Credo di interpretare il pensiero di tanti dicendo che “richiudere” con una costruzione, seppur la più bella, lo squarcio aperto dai bombardamenti prima e dalla incuria poi sarebbe oggi un ulteriore aggravamento delle condizioni di vivibilità del Centro Storico. Una delle strade più inquinate di Palermo da questa “finestra” beneficia quantomeno di un aumento della ventilazione, l’esposizione è perfetta (il sole illumina, attraverso appunto la “finestra”, Via Maqueda da mezzogiorno al tramonto), l’idea che la quotidianità già di fatto concretizza è quella di una “porta” che faccia accedere, nel verde e nell’ordine ovviamente, al mercato di Sant’Agostino, al Piano di Sant’Onofrio e poi al Monte di Pietà e al Capo. Lasciamo che entri il sole in Via Maqueda.

Guantanamo


La condanna da espiare ha già raggiunto i sessantacinque anni. Forse la formula usata dal giudice fu "Fine pena mai". E' dal 1943 che la donna scolpita nel prospetto di Palazzo Geraci in Corso Vittorio Emanuele è in prigione.
Giuseppe Scuderi, 12 giugno duemilaotto

mercoledì 11 giugno 2008

Uso fisiologico

In una esedra con portico e colonnato dorico di Villa Giulia i padri senatori previdero - su lapide barocca tuttora esistente - che i palermitani vi confluissero per ascoltare musica nei pressi del mare allietati dal soffio lieve degli zefiri. Adesso è opportuno recarsi sul posto, ove ci si voglia proprio andare, quando i venti zefiri non soffiano affatto dato l'uso vespasianeo che del luogo viene fatto. Sulla foto che indicava l'angolino toilette ho lavorato di fotoshop per cercare di attenuare l'impatto visivo ma credo di avere peggiorato le cose. (l.f.)

martedì 10 giugno 2008

Pericolose efflorescenze.

Forse è salnitro che viene fuori a causa di ristagni d'acqua piovana, o altrimenti chissà quale pericolosa malattia minaccia le stupende absidi della cattedrale palermitana. Dalla foto di Lucio Forte si intuisce qualcosa di sicuramente preoccupante. Il Rosa e il Nero segnala il caso alla Sovrintentendenza ai Monumenti e comunque ai suoi vertici. Qualche giorno fa è stato visto il Parroco della Cattedrale sostare pensoso, sicuramente con aria non lieta, davanti a quelle niente affatto decorative , ma sicuramente preoccupanti, efflorescenze. (l.f.)

lunedì 9 giugno 2008

Il senso dell'universo.

Secondo gli esperti, la CUBULA di Villa Napoli può assumersi a paradigma dell'architettura fatimita e nella sfericità della cupoletta dovrebbe racchiudersi il senso dell'universo quale era concepito dai Mussulmani.
(ph. elle&effe)

sabato 7 giugno 2008

il magico della città

L'ogiva araba della piccola Cuba dei Mussulmani di Sicilia, vista da Elle&effe.

giovedì 5 giugno 2008

Due palle

Nel cuore della Kalsa, due dissuasori del c...entro storico che ancora aspetta il recupero.
Foto di elle&effe.

la metropolitana di dopodomani e il caro biglietti dei bus

Adesso che come tutti sappiamo "il tram non è più un desiderio" - ma mancu è priu - ve la ricordate la metropolitana "di domani" o di dopodomani che squarciava il fondo di via Libertà? Della più famosa strada palermitana che nell'attesa di un tale prodigio pare rimasta a bocca aperta, quasi come le acque del Mar Rosso che si aprirono davanti a Mosè? Adesso, e proprio con l'arrivo dei nuovi traghettatori regionali verso un comune e più diffuso benessere, l'aumento del biglietto dei bus e la riduzione della validità temporale del medesimo tagliando dimostrano dolorosamente come i più danneggiati da tale non provvidenziale "aumento diminuzione" siano i meno abbienti, quelli che hanno bisogno di prendere il bus perchè a girare con l'automobile non ce la fanno più. Nel senso che non hanno più i soldi per poterlo fare.
Dunque, finisce sempre "ca 'u cani muzzica u sfardatu"? E in questo caso, e in attesa di altri balzelli dei quali i palermitani poveri non hanno più nessun bisogno, come non ricordare quell'immortale Peppeschiera che diceva pressappoco così : "Buongiorno, quando si mangia due volte al giorno. Adesso che abbiamo il saluto alla romana, si mangia una volta a settimana".
Con l'augurio che simili tempi non debbano tornare, il Rosa e Il Nero e l 'intero staff di aderenti e collaboratori fanno sapere di essere ancora più vicini a tutti gli "sfardati" in timorosa attesa di essere nuovamente muzzicati.
E questo nella qualità di "beneficiari" dell'antico slogan cittadino che da secoli si apponeva ad ogni nuova statua del Genio di palermo: "Alienos nutrit, devorat suos".

mercoledì 4 giugno 2008

Avanti un altro

A Palermo ci sono tante "cose" inutili. "Cose" nel senso di essere rappresentate da un oggetto, che spesso però sostanzia una inutilità già nella stessa idea che l'oggetto esplica. Anni e anni fa il Comune di Palermo comprò tante belle Fiat 600 elettriche, che avevano un costo decisamente elevato. Ma era un tentativo di "combattere" l'inquinamento. Solo che pochi anni fa, dopo essere state poco utilizzate per i tanti problemi di manutenzione che hanno i motori elettrici, sono tutte malamente finite all'asta come rottami, acquistati a quanto pare da chi avesse bisogno di pezzi di ricambio vari. Tra i modi d'uso previsti c'era il "car sharing". I cittadini affittavano l'auto e potevano percorrere le "zone a traffico limitato" allora esistenti. Credo che i fruitori del tempo si possono contare sulle dita di una mano di Capitan Uncino o Muzio Scevola. E presidente della associazione nazionale del "Car sharing" fu nominato l'allora assessore all'ambiente del Comune di Palermo, Giovanni Avanti, oggi candidato alla presidenza della Provincia. Però il cartello che a Piazza Mordini indica le modalità d'uso del servizio e riserva la sosta ai fruitori del "Car sharing" è rimasto. Almeno per questo mi vien voglia di dire, quanto alle prossime elezioni per la provincia, "Avanti un altro".
Giuseppe Scuderi

Homeless Blues

Homeless Blues.

Non so se il blu sia il colore della solitudine. Ma guardando questa mia foto, guardand0 quell’uomo che senza un letto si era però portato appresso un lenzuolo steso sul marmo, ho pensato che il blu la solitudine potrebbe anche significarla. Magari anche per associazione di idee con il tragico Homeless Blues che Bessie Smith dedicò ai disastrati del Mississippi, la volta che nel 1926 l’Ohio e il Missouri in piena fecero di quello Stato l’attuale equivalente strazio dopo Katrin.

“Mississippi River, what a fix you left me in!
…At home the water lay right up to my chin
…House without a stoop, didn’t even have a door
…Mean old two room shanty, but it was my home, sweet home”.

“In che peste mi hai messo, Mississippi,
… in casa l’acqua mi arrivava al mento
… in quella casa senza gradini e nemmeno una porta,
… due stanze da niente, eppure la mia casa, la mia dolce casa”.

lucio forte

martedì 3 giugno 2008

Insalate, da leggere come poesie. Di Augusta Modica.

Cogliendo un fiore
o tenendo
in mano un’arancia,
possiamo scegliere
se scrivere una poesia
o preparare un’insalata!


“Inventare”un’insalata è come scrivere una poesia; richiede fantasia, ispirazione, gusto del bello e capacità di sintesi.Il verde chiaro delle lattughe, il giallo aranciato delle carote, il colore purpureo, striato di bianco del radicchio, il rosso dorato del pomodoro, il giallo caldo dei peperoni,si possono mescolare in infinite, odorose variazioni, gradevoli a vedersi oltre che a gustarsi. I cuochi più prestigiosi vanno fieri delle loro ricette segrete per la manipolazione delle insalate che fanno la loro apparizione trionfale e festosa sulle mense dei Paesi famosi per la raffinatezza della loro cucina.
Condire l’insalata è un rito quasi magico che richiede grande concentrazione e abilità, alcuni sostengono la necessità inderogabile di usare le mani per “girare”l’insalata dopo averla condita. Il “sapore”è dato dal sale, che rende le verdure “cibo”ed è per questo che Carlo Borromeo nei “Promessi Sposi” fa dare ai contadini, durante la carestia, sacchetti di sale con il quale rendere commestibili le erbe. Il termine italiano “insalata” è simile in spagnolo, francese, inglese e tedesco e fa sempre riferimento al sale da aggiungere alle verdure. In latino l’insalata si chiama “lattuga”perché i Romani avevano la consuetudine di battezzare una pietanza con l’elemento dominante che usavano, la condivano spesso con il solo aceto, difatti l’altro nome dell’insalata in latino è”acetarium”.
Nella previdente Inghilterra, non essendoci una produzione di olio o di aceto per le diverse condizioni climatiche, da sempre si condisce con salsine a base di maionese.Un inglese, raccontando di un suo viaggio in Italia, divertì il suo uditorio descrivendo la sua meraviglia alla vista di due misteriose ampolline,contenenti un liquido verde ed un altro ambrato, delicatamente posate dal cameriere sul tavolo accanto al suo piatto d’insalata!
Non in tutti i Paesi l’insalata è considerata un contorno, in Spagna, abbondanti insalate vengono servite come prima importante portata.
Nella cucina mediterranea,il pomodoro unito al basilico o all’origano è presente su quasi tutte le tavole, è buffo pensare che sino al ‘700 il pomodoro non era considerato commestibile, anzi era ritenuto velenoso; si racconta in un aneddoto, non si sa quanto autentico, che Giorgio Washington, non godendo delle simpatie del suo cuoco, fu da questi “servito”di una pietanza al pomodoro.
Un significato gioioso assume la preparazione delle insalate nelle isole greche e, dicono, un potere afrodisiaco, mescolando del polipo piccolo, appena pescato, a diverse verdure, condite con olio fortemente aromatizzato alla menta, mentre in Sicilia, c’è un’insalata che racconta la povertà e la semplicità di vita dei contadini di un tempo, spesso pagati con sacchi di arance, che inventarono una ricetta povera ma gustosissima: si affettano le arance a rondelle, si uniscono olive nere, origano, sale e olio.Il colore delle arance contrasta con il colore delle olive e l’ultimo tocco verde scuro, è dato dall’origano, si “legge” proprio come una poesia.
In una poesia ci sono spesso i fiori, e anche in un’insalata, come in questa originale combinazione che si prepara sfogliando dei crisantemi e lavando i petali ripetutamente, poi si fanno bollire in acqua salata e acidulata, si sgocciolano e si asciugano,unendoli a patate e fondi di carciofi.
Allora, divertiamoci a scrivere un’insalata, trattandola come una poesia!


lunedì 2 giugno 2008

Le ragioni di Morgenstern. Ricevo dal mio amico f.

Evidentemente, nella vita di Morgenstern, vi furono sempre delle fasi in cui egli si ritraeva di colpo dal mondo circostante e perfino dagli amici più intimi, senza farsi sentire per settimane o per mesi. Ciò appariva in singolare contrasto con la natura assai socievole di Morgenstern e, specialmente, con l’importanza eccezionale da lui attribuita all’amicizia. Alban Berg un giorno se ne lamentò con lui, facendogli osservare preoccupato che questo equivaleva a un fallimento davanti alle cose della vita.
Morgenstern da Berlino gli rispose allora con una spiegazione memorabile:
“Il fatto , semplicemente, è questo: cha da sempre – nonostante tutta la gioia di vivere, gli interessi spirituali, la sete di sapere e di esperienze, e la venerazione asiatico-ebraica per la pienezza, la bellezza e l’incanto della vita e così via; in una parola: nonostante tutte queste caratteristiche che mi fanno apparire a chi mi incontra come un cuorcontento, pieno di entusiasmo – io, in fondo, mi sono sentito sempre un uomo assai superfluo.
Questo, non fraintendermi, non è sentimentalismo e neppure è un giudizio di valore o un qualche vuoto spirituale ma è, per così dire, un sentimento cosmico – se proprio vogliamo adoperare dei paroloni”.
“Non so perché, ma fin dalla giovinezza vengo di quando in quando sopraffatto dal pensiero che tutti gli sforzi umani non valgano la pena di essere compiuti. Non è una sensazione, né la considerazione pessimistica che tutto è vano. E’ una specie di cortocircuito … . Spegne qualsiasi impulso a intraprendere qualcosa.
In questo stato d’animo mi trovo sempre quando, in estate, cammino da solo in montagna.
Come vedi, non è dunque uno stato depressivo. Direi quasi che è il contrario. Mi capita anche nel pieno turbinio della vita cittadina. A quel punto mi risulta semplicemente impossibile fare anche la minima cosa – la più banale al pari della più importante …. Se fosse una patologia, esisterebbe una cura. Ma tendo a credere che quello stato ……. sia la mia salute. Una salute che mi preserva da molte malattie”

Otto Visitatrici a San Martino delle Scale

All'Abbazia di San Martino delle Scale , dal 25 maggio all'8 giugno 2008, la mostra: "Le Visitarici. Otto Artiste in Abbazia".
Espongono Daniela Balsamo (è sua l'opera in questa pagina) ; Esther Burger; Mariella Busi De Logu; Stefania Cucciardi; Anne-Clemence De Grolèe; Claire Fontana; Elena Ilardi; Marjolein Wortman.

Il jazz dalle origini alle soglie della Black Music.


L’EVOLUZIONE DEL JAZZ IN MUSICA E PAROLE.
Al BLUE BRASS, il Ridotto del Jazz allo Spasimo,CONFERENZA CONCERTO OFFERTA DALLA FONDAZIONE “THE BRASS GROUP” A “SALVARE PALERMO”

Dagli Spiritual al Blues, dal Ragtime alla diaspora da New Orleans, dalla Swing Era al Be Bop, dall’Hard Bop alla Black Music. Saranno questi i momenti della storia del jazz sui quali martedì 3 giugno si intratterrà il giornalista Lucio Forte – al Blue Brass, il Ridotto del Jazz allo Spasimo, via Spasimo, 15 - durante una conversazione che dalle 20.30 sarà inframmezzata dai brani più significativi per ognuno degli accennati periodi della storia del jazz. I temi musicali saranno eseguiti - per il pubblico di “Salvare Palermo” e per quanti altri vorranno intervenire – dal Quintetto del bandleader e chitarrista Carmelo Pinzone che suonerà insieme a Giovanni Conte, al piano; Giovanni Villafranca, al contrabbasso; Alessandro Presti, alla tromba e Carmelo Graceffa alla batteria.
I musicisti del gruppo frequentano, al Conservatorio di Musica “Vincenzo Bellini” di Palermo, il Corso di Laurea in “Musica Jazz” tenuto dal maestro Ignazio Garsia.
L’ingresso sarà gratuito fino ad esaurimento dei posti disponibili.
La conversazione concerto fa parte delle iniziative culturali della Fondazione “Salvare Palermo” ma risponde, nello stesso tempo, alla realizzazione delle più opportune attività culturali istituzionalmente previste dalla legge della Regione Sicilia del 1° febbraio 2006 che ha istituito la Fondazione "The Brass Group.
Si ringrazia in anticipo per l’attenzione.


Cordiali saluti dall’ufficio stampa della Fondazione "The Brass Group".

domenica 1 giugno 2008

Estate, di Augusta Modica

-un vecchio signore cammina
al sole, per la città di Verona-



La luce e il calore si posano sulle case, le strade, le vetrine dei negozi, i tavolini che i bar mettono fuori (nella foto di elle&effe).
Tutto sembra essere stato lavato e accuratamente lucidato. Le buche per le lettere sembrano appena dipinte di vernice vermiglia.
L’aria tersa e trasparente mette in evidenza dettagli che, nelle giornate fredde e nebbiose, ci sfuggono, presi come siamo dalle nostre faccende, frettolosi viandanti imbacuccati e con il viso coperto da sciarpe di lana. Avvertiamo, camminando, che ci coglie una singolare attenzione per particolari che avevamo visto senza”guardare”, sulla strada arcinota che conduce al nostro lavoro. Ecco un vecchio portone di legno scuro, appena restaurato, con un battente di ferro dall’irsuta testa di leone imbronciato, passiamo rasente i muri della casa con tutte le imposte chiuse, sfiorando appena il legno robusto, rimanendo immobili perché siamo raggiunti dal rumore sommesso di risate soffocate e dallo scalpiccio affrettato di passi leggeri.
Un vago timore, misto a curiosità, ci fa allontanare lentamente voltando la testa e, così, sorprendiamo un gatto arrestarsi all’improvviso, con il muso sollevato verso il minaccioso battente di ferro, le orecchie tese e la zampetta alzata!
I raggi, sul selciato delle pietre grigie, rimbalzano sui muri, fanno splendere le scarpe nuove delle donne e il setificato delle calze, ben tese sulle gambe .Le gonne, leggere,si gonfiano come vele, rendendo l’andatura elegante e fiera. Puliamo sorridendo i nostri occhiali e continuiamo a guardarci attorno, sorpresi e coinvolti, di buon grado, da questo lieto affaccendarsi. Dimentichi della nostra meta, seguiamo, vagando,i nostri pensieri.
Una palla rotola sulla strada e nessuno dei bambini osa scendere dal marciapiede, una signora, carica di pacchi, si china a raccoglierla e la porge ad una manina tesa. Il piccolo non parla, stringendo la palla, ma guarda la signora con profondi occhi chiari.
Un profumo intenso e fresco guida i nostri passi sino ad un negozio di fiori, dalla porta aperta. Linee perfette, colori e fragranze diverse si mescolano gonfiandosi e agitando nell’aria, un invisibile velo odoroso. Fiori fastosamente raccolti nei vasi, rami distendono
ombre leggere sulle pareti e arricciati grappoli azzurrini nei cesti , ci attorniano, mentre le delicate sfumature dei colori compongono magiche sinfonie per i nostri occhi.
Entriamo incantati, e poi, con un fiore all’occhiello della giacca, camminiamo a testa alta, raddrizzando le spalle, il passo sciolto di chi è invitato ad una festa, la festa dell’estate.

venerdì 30 maggio 2008

La ragazza dagli occhi verdi. Di Augusta Modica

--- AUX YEUX VERT ---



La terrazza, con i gerani fioriti nei vasi di terracotta dalle larghe carnose foglie e le pesanti corolle colorate, suggeriva l’idea di una festa elegante e movimentata, mentre i gelsomini si intrecciavano sulle ringhiere, profumando intensamente l’aria. La campagna,intorno,serrava la grande casa in una morsa verde.
Sospirando, le lettere in mano, passò davanti alle porte finestre socchiuse, si vedevano sedie a sdraio e ombrelloni bianchi, si sentivano le voci allegre, con qualche nota metallica, di due donne giovani con cappelli di paglia e assurdi occhiali da sole. La pelle molto abbronzata e leggermente secca suggeriva sedute forzate sotto le lampade e non l’aria e il sole. Grandi borse di plastica colorata erano poggiate sulle sedie,vicino ai portacenere traboccanti di mozziconi di sigarette sporchi di rossetto, una bambina grassoccia con una frangia che metteva in risalto il naso a patata e le guance gonfie; come se stesse continuamente masticando del cibo, giocava con i suoi occhiali da vista, buttandoli sulla terra dei vasi, noncurante dei rimbrotti della madre che si guardava bene dall’alzarsi.
Sfiorò le tende, poggiando un momento la fronte sul velluto morbido e, a malincuore, imboccò il lungo corridoio, bloccato, proprio vicino la porta dello studio, da un enorme vecchio cane nero con il muso bavoso quasi nascosto tra le zampe, dovette strisciare sulla parete per evitarlo e fu salutata da un ringhiare sottotono che mise in mostra le zanne ingiallite. Spinse la porta pensando: “Neanche tu mi sei simpatico!” e sventolandosi con le lettere avanzò verso la scrivania dove non c’era seduto nessuno, si guardò attorno e lo vide vicino la cassaforte. Ordinatamente predisponeva documenti e banconote sui vari ripiani, le spalle curve nella vecchia giacca i capelli bianchi troppo lunghi e leggermente ingialliti, si girò sentendola inciampare sul tappeto logoro e si aggiustò gli occhiali sul naso, spalancando la bocca dalle labbra sottili in una smorfia ammiccante.
Un brivido le percorse la schiena; una sequenza di immagini, una dietro l’altra, come proiettili le sfilarono davanti gli occhi; i loro corpi che si cercavano e si respingevano in una convulsa lotta, dove il piacere era raggiunto in un esasperante parossismo, ogni volta meno magico.
Pensò con sollievo alla bottiglia di whisky, al liquore giallo che riempiva i bicchieri, riuscendo ad infonderle un poco di coraggio, toccandosi il viso ancora giovane sorrise, ricordando la poesia scritta per lei pochi giorni prima: “La mia amica
Aux yeux vert”…………………………………

I versi risuonavano echeggiando sempre più forte,come da diversi punti di una stanza, disponendosi lungo le pareti, incontrandosi al centro e poi ritornando indietro. Lo scatto della cassaforte che si chiudeva la fece trasalire e, mentre posava le lettere sul tavolo, la porta si spalancò dietro la spinta del vecchio cane che si stiracchiò sbadigliando, una puzza leggera ma nauseante arrivò alle sue narici, portò la mano al naso, cercando sul polso l’odore fresco e amarognolo del suo profumo e si avviò lentamente dietro di lui verso la stanza da pranzo.
Le ragazze erano già sedute con i tovaglioli spiegati sulle ginocchia; confabulavano tra loro con le teste accostate, mentre la bambina,con gli occhiali inforcati, si divertiva a infilare le dita sporche in tutti i bicchieri. Non appena la videro, dietro le spalle del padre, sedettero compostamente, tacendo, e cominciarono a sgranocchiare olive e gambi di sedano per evitare di rivolgerle la parola.
Appena seduti, la grossa Michelina entrò, portando la zuppiera, il brodo era sciabordato dall’orlo, perché c’era una macchia umida sul grembiule e le tozze dita della mano destra erano bagnate. L’appetito scomparve rapidamente, mentre il donnone la urtava con il fianco, versandole il brodo nella tazza.Il vestito nero ,un po’ lucido, e il grembiule bianco”sembravano “puliti ma non avevano alcuna freschezza e anche la faccia bolsa, con i peli agli angoli della bocca, le sopracciglia cispose ,i capelli scuri striati di grigio, strettamente raccolti sulla nuca, apparivano solo superficialmente lavati, ma l’untume della sporcizia era profondamente radicato in tutta la persona. Come se avesse potuto leggere i suoi pensieri, la serva la guardò in tralice allontanandosi, mentre il gorgoglio goloso della “petite”, alla terza tazza di brodo, faceva sparire completamente le ultime tracce del suo appetito, si guardò intorno, spezzando un grissino e tracciando dei cerchi con l’indice sulla tovaglia. Di fronte,lui sorbiva il brodo, curvo sulla tazza il tovagliolo stretto sul petto con l’altra mano per non sporcarsi la camicia. I versi della poesia le si inchinarono con grazia davanti continuando:”..vuol bene
Alla sua gioventù.
Ama le calze a rete
E ha sempre
Un garofano all’occhiello”…

Il rumore di una sedia che cadeva rumorosamente per terra e le grida della bambina che mugolava in preda alle coliche ,la fecero balzare in piedi. Profittando della confusione e scansando Michelina che accorreva, corse al piano di sopra.
Basta, basta, basta si ripeteva mettendo poche cose nella valigetta, cambiandosi in fretta e passandosi un pettine tra i capelli. Guardandosi nello specchio, incurvò le labbra perché ascoltava:..”Del fiore
muta spesso il colore”…
Scendendo le scale lentamente, mentre le strida della bambina, mescolate alle altre voci risuonavano dietro la porta della sala da pranzo, tendeva l’orecchio “..Purchè si intoni ai suoi sguardi”…,raggiunse il portone e, facendo scattare il chiavistello, lo chiuse piano alle sue spalle”…che intorbidano l’anima”…,sussurravano i versi al suo orecchio.
Il grosso cane la guardò con indifferenza raspando l’erba e girando il testone da un’altra parte.Camminava rapidamente, quasi in punta di piedi, lasciandolo alle spalle, con la poesia che l’avvolgeva, accompagnandola con l’ultimo verso: “Rivederla fa bene alla vita”

Aux yeux vert

Aux yeux vert

La mia amica

aux yeux vert

vuol bene

alla sua gioventù.

Ama le calze a rete.

E ha sempre

un garofano all'occhiello.

Del fiore

muta spesso il colore

purchè s'intoni ai suoi sguardi

che intorbidano l'anima.

Rivederla fa bene alla vita.

( Sono versi che ritengo debbano restare senza data, nella convinzione che continui ad aver ragione John Keats: "A Thing of Beauty is a Joy Forever". l.f.)

lunedì 26 maggio 2008

Faceva caldo


Trent'anni fa, quasi esatti, feci la fotografia ai bambini che si tuffavano nella fontana del Giardino Inglese. Viste le temperature odierne vien voglia di imitarli

G.S.

Andare lontano, come un boomerang. Di Augusta Modica.

Il giro del mondo si fa in molto meno di ottanta giorni e poche ore di aereo bastano per raggiungere i luoghi più lontani. Un bel risparmio di tempo!Così non è per l’arabo che attraversa il deserto. Nel deserto l’acqua disseta, perché la sete raggiunge il suo culmine.La sensazione fisica della fame,del caldo e dello sforzo, fa vedere e sentire in pieno i colori e l’aria, rendendo l’uomo parte integrante del tutto, egli fiuta il mattino che si avvicina,alzandosi come il suo cammello;si rimetterà in cammino e..non si preoccuperà di risparmiare il tempo, perché lo interpreta e le stelle, che sono impallidite, sono dentro di lui.
Comodamente seduti in un vagone ferroviario, sfogliando un giornale, diamo un’occhiata distratta fuori dal finestrino, ci annoiamo rimpiangendo di non avere preso l’aereo per fare prima.Gli alberi, la campagna e le città restano “fuori”, separati da noi: un susseguirsi frenetico e veloce che non possiamo accogliere. Fuggiamo, non viaggiamo.Velocemente raggiungiamo la nostra meta, senza passeggiare per le strade, visitare i musei o parlare con la gente dei luoghi di transito, abbiamo mancato il percorso. E’ stata tagliata via una parte importante che ci avrebbe consentito di fare completamente nostra,di interiorizzare un’esperienza. Come la freccia di Zenone, siamo rimasti fermi in ogni punto della nostra traiettoria, in realtà non siamo affatto partiti; ci siamo semplicemente spostati da un punto all’altro per poi ritornare indietro, come un boomerang.
Attraverso infiniti percorsi, Ulisse viaggia nello spazio e nel tempo, la sua curiosità, il suo desiderio di indagare fanno di lui “il viaggiatore”. La sua umanità si arricchisce fino all’ultimo viaggio, quando la sfida contro l’ignoto lo rende simile a un dio, le colonne d’Ercole, l’estremo confine del mondo, non lo fermano. Il suo viaggio continua, e la morte è soltanto un particolare irrilevante. Ulisse, consapevole, gestisce il suo viaggio che non avrà mai fine, perché il suo slancio non può essere fermato.Il mare, che ci appare senza limiti, accompagna questa immagine cullandola all’infinito.
Viaggiatori inconsapevoli i passeggeri del-TITANIC- . La nave scivola ignara con il suo carico, e uomini ciechi e sordi ballano mentre la musica scandisce un tempo che sta per spezzarsi. Fuori dei cimiteri,in Grecia è scritta una sola parola: “Dormono”,se si potesse scrivere sull’acqua che si è rinchiusa sulla nave inabissatasi, la parola giusta sarebbe: ”Viaggiano”.

domenica 25 maggio 2008

Coffe house e il resto alla Villa Giulia.

Amor Omnia Vincit. E quello che scrisse Virgilio deve essere proprio vero se - vincendo la naturale ripugnanza che desta un vespasiano, abusivamente e per necessità pubblico di fatto, in un angolo altrettanto pubblico della città, si trova sempre qualche ragazzo che vada a scrivere la sua altrettanto impellente dichiarazione d'amore su un muro come quello di cui alla foto di elle&effe. Eppure sono anni che si parla , nei luoghi acconci, avrebbe detto Leopardi, della coffee house e dei servizi d'altro genere da realizzare nel bel porticato neoclassico della Villa Giulia. L'immagine parla chiaro e non riteniamo di dover aggiungere altro a parte il nostro"a buon intenditor...". 24 maggio 2008. (l.f.)

sabato 24 maggio 2008

I colori del bianco, di Augusta Modica.

Acromatico, viene definito il colore bianco e nella parola “colore”c’è una contraddizione, perché “acromatico” vuol dire: assenza di colore.
Perfetto contrario del nero, che è un sovrapporsi di colori, il bianco si altera al minimo contatto con qualsiasi altro colore, non sopporta la contaminazione , è assoluto e intatto come la neve. Gli eschimesi, nella loro lingua, hanno almeno venti modi per definire il bianco della neve, immersi come sono in una dimensione di bianco senza confini.
L’assenza di colore è la peculiarità degli “albini”. Negli uomini, peli e capelli sono bianchicci, gli occhi e la pelle rosati. Si attribuiva, in passato, e anche oggi in alcune zone dell’Africa, potere e capacità eccezionali agli uomini o agli animali albini. La piccola foca bianca, nel racconto di Kipling, appartiene alla leggenda; una foca dal mantello bianco porterà in salvo il suo branco in una isola non contaminata dalla presenza dell’uomo. I cacciatori, terrorizzati,notandola nel branco, credono di essere in presenza dello spirito maligno di un loro compagno morto.
Nello Zoo di Madrid c’era, sino a pochi anni fa, uno scimpanzè albino, lo avevano trovato, cucciolo, piccolo e spaventato accanto alla madre morta nella giungla. La moglie del direttore dello zoo lo ha allevato come un bambino,t utti hanno notato che gli altri animali lo guardavano con un misto di rispetto e di paura. Aveva il pelo candido, quasi argentato, gli occhi azzurri e un po’ melanconici, lo avevano chiamato “Copito”, in spagnolo: “Piccolo Fiocco di Neve”. Quando faceva i capricci, respingendo la scodella con il cibo, la moglie del direttore lo blandiva con le carezze e gli diceva: “Non vuoi mangiare Piccolo Re?”.
La purezza si addice al bianco, si accompagna al distacco, alla distanza,all’isolamento. Fredda e casta è la luna,nel cielo e, quando è perfettamente bianca, tra le nuvole, sembra stia con gli occhi chiusi, è guardata e non guarda.
I fiori più profumati sono bianchi e il bianco diventa una sensazione appena percepita.Il profumo del gelsomino o della tuberosa diventa più penetrante di notte e l’oscurità si riempie di efflluvi che sembra di potere sfiorare con la punta delle dita. In Grecia sono le tuberose e non i crisantemi che si portano sulle tombe e sembrano adattarsi al regno impenetrabile e lontano della Morte.

venerdì 23 maggio 2008

Per le antiche scale della ex Vignicella gesuitica.

Lo scorso anno, tra i monumenti adottati dalle scuole palermitane ci fu anche la cosiddetta Vignicella. Il vecchio complesso gesuitico nel quale si trasferì il primo vero manicomio di Palermo, quello che dal 1824 fu gestito dal Barone Pisani. La visitammo in pochi la Vignicella ( forse da trasformare in un museo della diversità ?) e a me fu possibile realizzare una lunga serie di foto spesso agghiaccianti. Come quella che allego a queste righe e che testimonia l'anelito alla vita di chi venne rinchiuso tra quelle mura solo ora bianche per chissà quanti anni, e forse fino alla morte, magari soltanto perchè infastidiva la gente per via o diceva parole sconce ma che possibilmentente non era affatto pericoloso, nè a se stesso ne agli altri.
Ritenevo che anche quest'anno avrei potuto trovare incluso tra i monumenti adottati dai ragazzi delle medie quel Monumento all'Umana Pietà, e ho letto con attenzione l'elenco dei monumenti adottati quest'anno dalla Scuola. Non ce lo ho trovato. E me ne rammarico perchè la scorsa iniziativa servì in qualche modo a sensibilizzare l'attenzione della gente "sana" nei confronti di quei nostri poveri malati che affollarono gli stanzoni fetidi della Vignicella. Nei confronti dei nostri "amici fragili" che i grandi Fabrizio de Andrè e Giorgio Gaber ricordarono nel modo più struggente e partecipativo.
Che peccato che anche quest'anno quel futuro( ?) Museo sia rimasto chiuso.
Ma se questa notizia sia fondata o meno andatelo a riscontrare e magari fatelo sapere a Il Rosa e il Nero. Grazie. (l.f.)

giovedì 22 maggio 2008

Palabrezza


La foto fatta ieri mattina, a Piazza San Giovanni Decollato, visto che l'inquadratura mette assieme un catorcio abbandonato da una decina d'anni (e mai rimosso dai pertinenti servizi municipali, ma questa, come direbbe Lucarelli, è un'altra storia) e l'insegna di un locale "di tendenza", non potevo che chiamarla come nel titolo di questa mail. (G.S.)

Gli dei del sonno, di Augusta Modica.

Dolce il riposo che donava Morfeo, uno degli dei del sonno invocato dagli uomini e dagli dei. Si avvicinava, furtivo, agitando luminose ali di farfalla e apparendo sotto sembianze di persone note, non suscitando, così, paura o diffidenza. Accostandosi, faceva vibrare le ali variopinte e leggere, circondando con le braccia la persona che, a questo contatto voluttuoso, a poco a poco, perdeva conoscenza abbandonandosi dolcemente a questo oblioso abbraccio.
Non a tutti, purtroppo, Morfeo concede le sue preziose e invocate visite! Non è sempre facile abbandonarsi al sonno; attraversare la soglia intermedia tra veglia e non veglia, crea una tensione che molti non riescono a disperdere, è come una lotta tra la luce e il buio che si affrontano e non sempre si riesce a …farsi vincere dal sonno! Come in amore, bisogna avere il coraggio di perdersi per poi ritrovarsi. Dentro di noi, latente, striscia una sensazione di paura inconsapevole, un volere restare all’erta, un desiderio di vegliare su noi stessi per proteggerci da insidiosi pericoli esteriori, sensazioni che tenevano sveglio l’uomo primitivo, avvolto dal terrore del buio echeggiante di insidie che scivolavano verso di lui, tentando di ghermirlo.
“ Ipnos”, come lo chiamavano i greci, è figlio della notte e fratello gemello della morte…..”morire,dormire…sognare forse?” Amleto si chiede quali sogni potranno turbare il suo sonno di morte, l’agitarsi superstizioso di lemuri, fantasmi, visioni, prende, così,c onsistenza nell’oscurità mentre la paura li materializza in una vita propria, rendendoli incombenti e minacciosi.
“Incubo”, un altro degli dei del sonno, malignamente penetrava nelle case degli uomini e, accovacciandosi pesantemente sul loro petto, alitava sul loro viso, suscitando nella mente profili inquietanti e contorte figure, rendendo una tortura il riposo e provocando grida di terrore. Come la neve che si scioglie al sole, all’apparire del mattino mormoranti cortei si accartocciano e scompaiano,quasi fuggendo disordinatamente.”…Lasciami essere breve, poiché fiuto l’aria mattutina..”prega il fantasma del re nella tragedia di “Amleto”.
Sapete che si può anche….morire dal sonno e non è solo un modo di dire? Accade da un secolo e mezzo in un paesino del Veneto, dove quattordici membri di una famiglia sono morti per insonnia,tutti tra i quaranta e i cinquanta anni ;la malattia si annuncia in sordina, cominciano col dormire sempre meno, si trascinano senza pace, perdendo l’appetito, logorandosi in vani e infruttuosi tentativi, spasmodicamente cercando di..chiudere gli occhi. L’organismo si debilita lentamente e, finalmente, cessano di vivere..dormendo per sempre!

mercoledì 21 maggio 2008

Ciao Giulia

Resterai fra di noi, per il nostro sempre.

"E' possibile lo sai,
amare un'ombra,
ombre noi stessi". (Eugenio Montale)

Triste cronaca da piazzetta Brunaccini


Anticipiamo una notizia che sarà sulla carta stampata di domani e che mi è stata fornita da Giuseppe Scuderi nella mattina di oggi:
Stamattina i vigili urbani hanno liberato il portico della Biblioteca Comunale (Piazzetta Brunaccini, accanto al più noto ingresso da Piazza Casa Professa) dalle miserrime e fetide (inutile negarlo) cose dei senza casa che da qualche mese lo avevano scelto come dormitoio. Il Direttore della Biblioteca da tempo aveva chiesto un intervento dei vari "servizi sociali" perchè questi poveri cristi (che però la notte diventavano poveri diavoli ubriachi e consumatori-spacciatori) si convincessero ad andar via senza interventi di forza, ma, ovviamente, nulla da fare: e d'altronde nella città il cui Comune non ha i soldi per pagare le case-famiglia ( 88 ) che assistono 850 minori è possibile che ad aiutare questi ultimi sfrattati daPiazza Brunaccini rimangano provvisoriamente soltanto i soliti e infinitamente encomiabili volontari più o meno cattolici. O no?
( l.f.)
Nella allegata foto di elle&effe, scattata un paio di mesi fa, le povere cose degli immigrati irregolari depositate sotto il portico dell'ingresso monumentale alla biblioteca.

martedì 20 maggio 2008

Le rose, di Augusta Modica


Uno dei doni della primavera è il fiorire delle rose, non c’è nessun altro fiore che abbia ricevuto tanta attenzione e ammirazione quanto la rosa; è la più celebrata dai poeti e scrittori, dipinta in tutte le sue sfumature dai pittori, penetrante nelle essenze dei profumi più preziosi. Maestosamente si erge sullo stelo,e i suoi petali,carnosi e variegati, si stringono quasi per trattenere un sospiro, sembra che guardi dentro se stessa,non curandosi, sdegnosa, dell’ammirazione che suscita. Appena sbocciata, sembra essere orgogliosa di avere raggiunto l’intatta perfezione della bellezza lasciandosi ingannare dall’illusoria eternità del suo momento vitale. Il delicato curvarsi dei petali,suggerisce il suo gioire dell’aria, della rugiada, del sole e…anche il vento le dedica una attenzione speciale, facendola leggermente sussultare di piacere, accarezzandola con dita leggere.
Il suo profumo è molle, insinuante, accennato ma presente, si mescola compiutamente nell’aria, così come poche gocce di vino tingono l’acqua in un bicchiere di puro cristallo.
“E’ come il riflesso di una rosa bianca in uno specchio d’argento”dice,incantato un paggio, guardando una principessina,girare il volto delicato verso di lui, in un racconto di Oscar Wilde.
La rosa, più di ogni altro fiore, ricorda la donna ,il suo manifestarsi all’interno, nascondendo tra i petali profumati, il suo cuore. Le spine sul suo gambo, manifestano il desiderio di non essere violentemente ghermita dalla mano che la vuole cogliere. Ecco, le spine sono un’invenzione della rosa per proteggersi, perché le piante, nel corso della loro evoluzione, hanno elaborato sofisticati sistemi per preservarsi e sopravvivere. Il desiderio spinge la rosa a fiorire, il desiderio che è il grande tema della vita, come dice Charlie Chaplin in “Luci della Ribalta”, la fa sbocciare e raggiungere la sua perfezione.
”Effimera”, sussurra il poeta francese Ronsard a Cassandra, nella deliziosa ode: “Mignonne, allons voir si la rose….”, paragonando il fresco riso della sua amica alla rosa appena sbocciata, ma gettando, alla fine della poesia, un velo di tristezza e di morte, dicendole che la vecchiaia farà appassire il fiore e la sua bellezza! Ma se dovessimo fantasticare a piacer nostro, continuando questa deliziosa poesia, potremmo ascoltare il riso incredulo di Cassandra, alle parole del vecchio poeta, e il suo girargli le spalle, facendogli il broncio e chiamandolo noioso parruccone!

lunedì 19 maggio 2008

Edmund Sikorsky, 19 luglio 1943.

Edmund Sikorsy aveva 23 anni il 19 luglio del 1943, quando fu impiccato ad Auschwitz, insieme a un numero imprecisato di ragazzi polacchi. Che avevano il torto di essere ebrei e di aver parlato con civili che vivevano intorno a quel lager.
La scritta sul vetro oggi fa sapere che il giorno in cui lo assassinarono volle essere un giorno esemplare per i prigionieri, una pubblica esecuzione. Anzi la scritta precisa che quell'esecuzione fu la più grande tra quelle pubbliche tenute ad Auschwitz.
Quando ripresi la sua foto non mi accorsi che il vetro rifletteva , anche se confusamente, la mia immagine. Ora sono orgoglioso di avere una foto che mi riprende accanto a quel ragazzo al cui volto e al cui struggente ricordo mi sento di essere rimasto a far compagnia. Da quell'ultimo giorno dell' autunno polacco nel quale, tanto diversamente da Edmund, entrai e uscii nello stesso giorno passando e ripassando sotto l'infame scritta che, solo in quel posto, continua a offendere l'umanità : Arbeit Macht Frei.

Lucio Forte

domenica 18 maggio 2008

Il campo dei Rom kossovari,serbi e montenegrini alla Favorita.


...in un pozzo di piscio e cemento, in un campo strappato dal vento a forza di essere vento...

Fu in un simile contesto che l'indimenticabile Faber De Andrè ambientò la vicenda italiana dei suoi Rom Korakhanè. Dei Rom mussulmani che leggono il Corano e si spostano per il mondo di giorno in giorno, di mese in mese.
Ed era stato forse anche sulla scorta della suggestione che nasce dal celebre brano Faberiano se stamattina - 18 maggio 2008 - avevo voluto riservare una piccola parte della mia laica domenica ad una breve permanenza nel campo Rom della Favorita. Magari per parlare con qualcuno cui esprimere umana solidarietà, dopo certe notizie di cronaca. E proprio nel campo ove ho documentato fotograficamente troppi aspetti di un posto inaccettabile. Dove pensavo vivessero ancora ,malgrado gli incendi di Ponticelli, diversi dei Rom kossovari, serbi e montenegrini provvisoriamente "accolti" in città.
Nel campo invece c'era un gran silenzio; interrotto, a tratti, solo dal concerto delle voci di bimbi che con i genitori giocavano accanto allo stadio dedicato a Vito Schifani. Ma nel piazzale dei Rom, cui si accede da una rampa di polvere e sassi, se non c'era il cemento di cui scrisse Faber, c'era sicuramente il resto a intridere di sè la sabbia rossastra; oltre a immodizie inidentificabili e ad alcuni stivali di plastica rosa, schiacciati e spaiati dal passaggio delle auto dei nomadi e dei volontari che fanno l'impossibile per dar loro una mano.
E il campo sembrava davvero svuotato, quasi deserto. Solo davanti a una delle baracche, la più lontana dal punto in cui mi ero arrestato, c'era una grossa macchina con qualcuno intorno. Adulti che non mi degnarono di uno sguardo, nè vennero a chiedermi cosa stessi a fare là o chi fossi.
Dovunque aria di affrettato abbandono. Chiuse o spalancate sghimbesce le porte delle abitazioni tirate su con la faesite, le reti da letto e con quanto si ricava dai cartelli abbattuti dallo stesso vento che poi strappa i tetti e li fa a pezzi. Mentre sotto a quelle casupole, tanto più più vulnerabili sulle palafitte che s'alzano di poco dal fango invernale, non restava alcun oggetto d'uso quotidiano. A parte qualche inutilizzabile bagnarola di plastica.
Fu poi d'improvviso che si materializzarono dal nulla tre bambini, due maschietti e una femmina. Puliti, i maschi con i capelli quasi rasati, apparentemente in buona salute. Si acccostarono curiosi all'auto sulla quale ero risalito e mi si rivolsero in perfetto italiano. Probabilmente erano nati qui, italiani come me che a disagio non seppi cosa rispondere ai loro ripetuti "Chi cerca signore? signore chi cerca? Si fermi un poco, non vada via.Chi cercava?".
Quando si accostarono al vetro dello sportello mi sentii un intruso che curiosava là apparentemente senza un motivo preciso. Uno dei piccoli vide le fotocamere che tenevo sul sedile e avvertì gli altri. "E' un fotografo".
Allora se ne tornarono lentamente verso lo stesso nulla dal quale erano usciti. Nè fui capace di richiamarli, per fargli sapere d'essere venuto per dire loro solidarietà. Per i grandi, che la paura aveva rimesso in via. Per i vecchi, che li avevano lasciati per stabilirsi chissà dove.
Per fermarsi un'altra volta italiani, avrebbe detto Faber,come rame a imbrunire su un muro.
Lucio Forte

Frugando nello scrigno della memoria, di Augusta Modica. Ultima parte.

( ...la sofferenza, il sangue ,la memoria... : Palermo, "Convitto Nazionale Giovanni Falcone".)

Mio padre fu trasferito da Sciacca, dove sono nata; a Palermo(avevo appena finito la seconda elementare) andammo ad abitare in via Lascaris 44, proprio di fronte la casa dei nonni.
Sino a tarda sera e forse per buona parte della notte, il nonno sedeva alla sua scrivania, in inverno con un plaid sulle spalle ed un basco in testa, a leggere, studiare, scrivere. Dal balcone del salotto della mia casa vedevo la luce accesa nello studio del nonno e quando le persiane erano socchiuse, la lampada verde sullo scrittoio, ingombro di carte, lui, chino sui fogli, con la sigaretta in bocca ed i portacenere traboccanti di mozziconi.
Usciva per comprare i giornali e le sigarette e….appena fuori della porta, sistematicamente, suonava il campanello e riapriva con la sua chiave, lo sguardo perplesso di chi crede di avere dimenticato qualcosa!
Sulla parete del suo studio, in una bella cornice, c’era la medaglia al valore che aveva ricevuto per una azione eroica, guidando il suo plotone contro il nemico durante la Prima Guerra Mondiale. Mi ricordo che quando gli chiesi come si erano svolti i fatti, mi rispose che non si era reso conto di nulla ed era andato avanti trascinandosi dietro i suoi soldati senza fermarsi!
Come abbiamo scoperto mio cugino ed io, frugando tra le innumerevoli cartoline, raccolte da lui in un bellissimo album, che mandava alla nonna da tutti i luoghi dove la guerra lo costringeva a spostarsi, il suo rapporto con i combattimenti, la sofferenza, il sangue, la morte che, inevitabilmente, con la guerra da sempre si accompagnano, erano da lui stranamente”non vissuti”. Da lontano, i suoi pensieri, la sua vita erano la famiglia, il primo atteso figlio, “Ninuzzo”, mio padre, la casa, gli amati libri. La sua realtà interiore era più forte di quella che lo circondava, la personale partecipazione a quest’ultima era quasi nulla. Credo che il suo senso del dovere gli abbia fatto assolvere scrupolosamente i suoi compiti di ufficiale ma penso che la sua estraneità nei confronti degli orrori che certamente lo circondavano sia stata la sua difesa la sua corazza. Nelle parole, nelle frasi che scriveva dal fronte si avverte la sicurezza,la certezza di ritornare nell’unica possibile dimensione di vita per lui!
Non parlava mai delle sue esperienze di guerra ed era rimasto un nostalgico del fascismo, a suo modo di pensatore e filosofo.Teneva sulla parete dello studio una fotografia di Giovanni Gentile che molto stimava e di cui apprezzava gli scritti. Frequenti erano gli scontri ideologici con mio padre, uomo di sinistra, e pur essendo due intellettuali, in queste occasioni sbraitavano ed urlavano sino a restare senza fiato! I figli,come si usava, gli davano del lei ed era comico per me sentire espressioni come:”Papa’, che cosa sta dicendo?”
I libri gialli”Mondadori”costituivano le sue letture di evasione e ne possedeva parecchi di cui,da piccola,guardavo le copertine e poi più tardi,cominciai a leggere.Mi è rimasto impresso nella memoria il primo che ho letto interamente,era intitolato:”Morte nell’acqua verde”. L’ ho ritrovato su una bancarella di libri usati qualche anno fa e naturalmente l’ho comprato e l’ho riletto, meravigliandomi di ricordare così bene la trama, i personaggi, gli ambienti.
Mia zia Lorenzina mi ha raccontato che era molto geloso della nonna che aveva conosciuto ed immediatamente amato, un autentico colpo di fulmine come mi diceva lui. L’aveva incontrata con le sue sorelle, non so in quale circostanza,e pur essendo le sorelle tutte ragazze graziose, subito lui l’aveva distinta dalle altre ed avvertito una emozione ed un fremito profondo che avevano determinato la sua scelta. Ho sorriso con tenerezza quando il nonno mi raccontò che uno dei suoi ricordi più belli era stato quando le aveva visto una caviglia mentre saliva in carrozza!
Si sentì smarrito quando morì la nonna,il convoglio funebre passò, prima di arrivare al cimitero, davanti la casa dove era vissuta da ragazza e il nonno non fu più lo stesso. Nei primi tempi visse da solo, accudito dalla vecchia cameriera Peppina che si lamentava che lui volesse sempre la tavola imbandita con piatti di sardine, olive, formaggio,”rafanelle”di cui era ghiottissimo.
Continuava a leggere e a studiare, scriveva su una macchina da scrivere e quando io,che ero all’università, con stupida leggerezza gli chiesi di darmela, lui mi rispose che preferiva darmi i soldi per comprarla ed infatti acquistai una macchina Olivetti con la quale ho scritto per moltissimi anni,che ho fatto riparare e che su uno scaffale basso di una libreria, protetta parzialmente da un panno azzurro, mi guarda, in questo momento, con i suoi tasti neri punteggiati dalle lettere.
Si sentiva molto solo, era contento quando lo andavamo a trovare e riusciva sempre a sorridere. A distanza di moltissimi anni lo ricordo con tenerezza e penso che, forse, avremmo dovuto essergli più vicini. Negli ultimi tempi, venne ospitato a casa di mia zia Lorenzina e poi da mio zio Mimmo dove declinò di giorno in giorno, senza soffrire molto e continuando a leggere. Sul suo comodino, dopo la sua morte, c’era ancora il GATTOPARDO con una cartolina che faceva da segnalibro tra le pagine.
Mia zia Giovanna, che gli fu accanto nei suoi ultimi momenti, mi confidò che lo aveva sentito recitare il Padre Nostro con grande trasporto.
Si era fatta sera e Lui gli era vicino.
( fine. )

sabato 17 maggio 2008

Presentato al Convitto Nazionale un prezioso quadro restaurato

Stamani al Convitto Nazionale, nella sala Teatro, è stato presentato un prezioso dipinto restaurato di Francesco Calamoneri.

Al pubblico palermitano il quadro, che raffigura la Madonna mentre porge la bandiera missionaria a S. Ignazio di Loyola, è stato presentato anche dal prof. Nino Vicari, presidente della Fondazione "Salvare Palermo".
(Nella foto, il prof. Vicari è tra il Rettore del Convitto e il prof. Vincenzo Scuderi).
Sponsor del restauro sono stati lo stesso Convitto Nazionale e l’arch. Giuseppe Scuderi che di questa Scuola è stato alunno e che è considerato il maggiore esperto della storia del Collegio Massimo dei Gesuiti. Cioè dell’enorme complesso architettonico che, oltre al Convitto, ospita la Biblioteca Centrale della Regione e uno dei plessi del Liceo Classico Vittorio Emanuele II. Dello storico Liceo cittadino, cioè, che fu scuola per Luigi Pirandello e per tante delle illustri personalità che furono e sono protagoniste del più vivace mondo culturale palermitano.

Da “La Repubblica di Palermo”, oggi 17 maggio, si possono apprendere molti dettagli sulla storia dell’Autore e del suo dipinto tornato alla primitiva bellezza. (l.f.)

Frugando nello scrigno della memoria, di Augusta Modica, parte quarta.

( ...le nostre passeggiate mattutine nei boschi a Ficuzza...)
Era un desiderato diversivo andare a trovare le nostre prozie suore: Suor Giovanna,Superiora nell’Istituto S.Lucia e Madre Veronica, Generalissima Madre nel Collegio di Maria al Borgo, le suore ci circondavano;chi offriva dolci, chi chiedeva cosa volevamo, chi ci portava in giardino.Correvamo per le ampie sale, dove incontravamo grandi statue della Madonna, di Gesù, dei Santi e per i lunghi corridoi sui quali si spalancavano finestre che davano sui cortili interni. Non eravamo una noia o un disturbo per gli adulti che ci intrattenevano in tanti modi fantasiosi e divertenti.
Nessuna delle sorelle di mio nonno si era sposata (si raccontava in famiglia che il mio trisnonno fosse molto geloso e possessivo), tre erano diventate suore. Quella che conobbi di meno era la zia Madre Rosa , suora nel convento di Padre Messina al Foro Italico. Erano rimaste “signorine”, la zia Laura e la zia Ninfa che abitavano nell’antica casa di famiglia a Partinico nella piazzetta che si chiama anche oggi: Largo Modica. La zia Ninfa si ammalò di pleurite e per lunghi mesi fu ospite di suo fratello. Stava a letto indossando una vestaglia azzurra e, con modi dolci e garbati mi raccontava le storie dei santi bambini: Domenico Savio, la beata Imelda Lambertini etc..Sempre garbatamente e dolcemente morì qualche tempo dopo.
La nostra prediletta, di mio cugino e mia, era la zia Veronica; allegra e affettuosa ci faceva trovare per Pasqua le “Pecorelle” di martorana con le bandierine rosse piantate sul dorso.Era sempre contenta, mi confidò un giorno in cui ricorreva l’anniversario della sua monacazione, che non se ne era mai pentita,volle che accettassi per suo ricordo un libro di preghiere con incrostazioni di madreperla, lo tengo sul mio comò in camera da letto, e due rosari antichi in filigrana e spero sappia come ho recitato il rosario, pregando ora con l’uno ora con l’altro, insieme alla mia amica Anna nelle nostre passeggiate mattutine tra i boschi a Ficuzza( nella foto sopra, l'attuale piazza di Ficuzza).

La zia Giovanna, vissuta sino a tarda età, ricordava e recitava a memoria interi canti del Paradiso di Dante. Non dimenticava nessuno della famiglia di cui chiedeva sempre notizie; fu felicissima quando nacque mio figlio David, assistette al suo battesimo e ci veniva incontro festante con il suo girello che scivolava sul pavimento lucido, quando andavamo a trovarla.
Le nostre prozie descrivevano la loro vita in famiglia e le serate trascorse serenamente intorno al tavolo, illuminato dai lumi a petrolio, mentre il nonno leggeva ad alta voce, romanzi e racconti. Anche il nonno rammentava queste letture e i suoi tentativi, vani, di leggere, appena sposato, ad alta voce anche per la nonna che regolarmente….si addormentava! ( 4, continua ... )

Il sessantennale restauro di Maredolce.

Secondo calcoli credibili occorreranno da 10 a 12 milioni di euro per portare a termine il sessantennale restauro del Castello di Maredolce e del circostante parco arabo a Brancaccio. Un restauro dalle varie sfaccettature e dalle valenze molteplici ove lo si consideri sotto gli aspetti storico-artistici, culturali , turistici e, soprattutto, sociali. Ma pure essendo stata accreditata la somma di 3 milioni di euro (stanziata nel 2006 dalle briciole di Agenda 2000) sarebbe ancora in corso la revisione prezzi per il successivo invio del progetto di appalto all’Ente competente.
Nella foto di elle&effe, una parte del restaurato complesso monumentale.

venerdì 16 maggio 2008

la finestra sulla finestra

L'area Quaroni intravista dall'esterno il giorno in cui crollò parte del muro di cinta su Discesa dei Giovenchi. (ph. elle&effe)

Frugando nello scrigno della memoria, di Augusta Modica. Parte terza.

La nonna,da ragazza,aveva studiato al Collegio Whitaker di Palermo da educanda, e, quei tempi, non era molto consueto che una ragazza frequentasse una scuola sino a conseguire un diploma. L’ho vista in una vecchia fotografia con le sue compagne; indossava la divisa del collegio,elegante e un po’ altera, orgogliosa, io credo, di essere una fanciulla molto privilegiata. Conservava, da anziana, la sua grazia timida di “signorina” e l’ho vista spesso arrossire e schernirsi quando il nonno rumoroso ed espansivo, l’abbracciava.Con il buono e cattivo tempo,tutte le mattine,si metteva il cappello e andava in chiesa,e partecipava alla messa per adempiere ad un voto fatto durante i lunghi anni di attesa, senza alcuna notizia, del suo secondo figlio, mio zio Vito, internato in un campo di concentramento tedesco per tre anni e ritornato a casa, vivo ma magrissimo, pesava quaranta chili! Pregava anche per suo marito che, professore di storia e filosofia, si dichiarava non credente. Aveva pochi capelli bianchi sempre ben ravviati e portava degli orecchini di scaglie di brillanti”rosette”come li chiamavano, che mia madre, dopo la sua morte, si fece dare per me, dalla zia Lorenzina, una delle due sorelle di mio padre. La nonna Sara mi aveva già regalato la sua bella spilla di brillanti ed un braccialetto di smalto nero con delle perline incrostate che io indossai, ero una ragazza, per la prima volta, con uno chemisier di lana seta color prugna ad una riunione di famiglia a casa dello zio Vito. Mi avvicinai al nonno e gli chiesi se riconosceva quei gioielli, lui mi guardò e rispose :”Si, certo, certo”con un sospiro ed un bel sorriso sulla sua faccia luminosa di vecchio sano, nonostante il fumo.
I libri del nonno, a me ed Attilio bambini, sembravano quasi animati, con le illustrazioni che prendevano vita sotto i nostri occhi. Sedevamo intorno al tavolo coperto di fogli, giornaletti e tutti i nostri giochi che erano sempre qualcosa da fare e costruire.
Mio cugino era un bel bambino con i capelli di un biondo quasi albino e la carnagione chiarissima, mentre io, con un viso grazioso, modi molto accattivanti ed una intelligenza vivace, consapevole di essere la maggiore, con qualche dispetto tenevo sempre desta la sua attenzione, quando fu costretto a mettersi gli occhiali da vista temeva, a ragione, di essere schernito da me, irritato dalle mie risatine e dai poco simpatici commenti, indispettito e quasi con le lacrime agli occhi, ribattè: “….e allora,tu sei perfettissima?!”
Guardavamo le nuvole disposte a corimbi nel cielo azzurro e ci dicevamo:”Guarda, è GIOVANNINO SEME DI MELA!”
Leggevo con lui i fumetti di “Pecos Bill”, un cowboy biondo e sempre vittorioso, sfogliavamo ,con grande delicatezza,i libri del nonno, il nostro preferito era “L’Isola Misteriosa” di Giulio Verne, non ci stancavamo mai di guardare le figure e di ascoltare il nonno che ce ne leggeva interi capitoli, prima che fossimo in grado di farlo da soli. Gli adulti facevano corona intorno a noi, eravamo come dentro un cono di luce, agghindati e vestiti con grande cura e mia madre, che era una bellissima donna bionda e alta, molto più bella di quello che sarebbero state mai le sue figlie, trascurava se stessa per scegliere e ricamare “abitini”come se fossi una bambola!
In una sua lettera, mio padre le raccomandava:”…non parlare in dialetto davanti alla bambina, non dimenticarti di metterle il profumo nei capelli…”
Mio cugino ed io siamo stati fotografati dai nostri genitori, insieme, sulla spiaggia, ai giardini pubblici, a casa. E infatti abbiamo tante fotografie dove siamo solo noi due. Dovunque attiravamo l’attenzione; più per i nostri modi, per quello che dicevamo, delle favole, dei libri di cui parlavamo, che per il nostro aspetto, e nel mio svagato, felice, inconsapevole mondo, non percepivo la sofferenza, la gelosia, l’invidia che nell’ombra covavano in chi non entrava nel” cono di luce”. Insieme,mio cugino ed io, eravamo al “completo”, tutti presi in questo girotondo armonioso che rendeva felici noi e quelli che ci amavano. ( 3, continua...)

giovedì 15 maggio 2008

sic transit gloria mundi

Ci hanno informato che il 9 maggio la ghirlanda era stata solennemente deposta ai piedi di una lapide che ricorda la tragica fine di un integerrimo funzionario regionale dell'assessorato alla Cooperazione ucciso - il 9 maggio di 19 anni fa - da mano criminale.

Let the sunhine in (Area Quaroni)


Oggi, 15 maggio, alle 8 del mattino, il sole entrava così al "Chianu ri santu Nofrio". E l'assessore al Centro Storico del Comune di Palermo ha detto che qui ci vedrebbe "una struttura commerciale ben fatta". Cerchiamo di fermarlo
(foto e testo di Giuseppe Scuderi)

Il senso della vita

Per questo palermitano, guadagnarsi onestamente e faticosamente il suo diritto a esistere è lavare le scale altrui, anche la domenica, nel quartiere mandamento del Monte di Pietà.(ph.elle&ffe)
Qualcuno ha qualche commento da fare?